“Ti rendiamo grazie, Signore Santo, Padre onnipotente, eterno Dio, per mezzo del Cristo Signore Nostro; nel quale ci rifulse la speranza della beata risurrezione, cosicché coloro che contrista la certezza della morte, siam consolati dalla promessa della futura immortalità. Poiché. Signore, la vita dei tuoi fedeli non si distrugge, ma si cambia; e, distrutta la casa di questa dimora terrestre, s’acquista eterna abitazione in Cielo”.
(La Santa Madre Chiesa nel Prefazio delle Messa dei Defunti).
“Il Santo Padre dolente morte benefico canonico Allamano, prega riposo eterno anima eletta e celesti conforti istituto Missioni Consolata”.
Card. E. Pacelli Segretario si Stato di S. S.
“O giovani, baciate in mio nome quella bara e deponete sulla salma benedetta il giglio del candore cristiano. Poiché l’Uomo che scompare, serbò nell’anima il candore del fanciullo e seppe le gioie di quell’infanzia pura che non muore mai, perché vive e si perenne in Dio, purezza infinita!”
Card. Carlo Salotti

 

Martirio del cuore nel fragore delle armi

Il conflitto mondiale (1914-1919), che segnò per il nostro Istituto un periodo di durissima prova, fu per questo stesso un grave colpo al cuore del can. Allamano. E la ferita non si cicatrizzò, né più si riebbe la salute dalla violenta scossa.

A mano a mano che gli alunni arruolati partivano (il numero salì gradatamente fino a quaranta), veniva a gravare sempre più sulle spalle del Rettore, e la responsabilità della direzione della casa. Tener alto il morale di pochi rimasti e conservarli nel buon spirito con la perfetta osservanza della disciplina e della vita comune; preparare con adatte esortazioni i partenti; sostenere moralmente e spiritualmente i già partiti: tutto ormai era esclusivo compito suo, e lo era d’ogni giorno.

Il buon Padre soffriva intensamente; un qualsiasi accenno alla guerra gli strappava dal volto l’abituale sorriso. Ancora di notte la sofferenza gli impediva lo scarso riposo. Era lui ad ammetterlo: “Certo che soffro, e se ci penso di notte, non mi riesce di prendere sonno fino a che non vado a fare una visita a Gesù Sacramentato. Allora m’addormento, come san Giovanni, sul Cuore di Gesù”. Persino le feste avevano perduto quant’era in esse di gioia esterna: “Siamo come gli Ebrei in Babilonia; non possiamo suonare e cantare cose allegre”. E rispondendo agli auguri di circostanza: “Li accetto, sì, ma è certo che la mestizia che ho in cuore per tanti dei nostri cari che sono lontani, mi viene da essi aumentata”. Le lettere da lui scritte ai soldati si contano a centinaia, ed erano quelle del più tenero dei padri, e facevano un bene immenso. E non solo il necessario ma, nei limiti del possibile, procurava loro anche i conforti che potevano rendere meno disagiata la vita militare in quelle condizioni.

Altre preoccupazioni venivano a lui quale rettore del Convitto Ecclesiastico e del Santuario della Consolata. Mentre infatti il Convitto veniva chiuso fin dal 1916 per mancanza di convittori; - e l’Allamano metteva i locali a disposizione dei sacerdoti soldati -, al Santuario della Consolata le funzioni pubbliche per la pace si succedevano con frequenza eccezionale; mentre poi non v’era giorno dell’anno e ora del giorno in cui gran turba di devoti non s’accalcasse orante ai piedi della Madre delle consolazioni. E l’Allamano faceva sue quelle lacrime, avvalorava con le sue, tutte quelle preghiere. “Come Rettore – diceva - sento le spalle gravate da tutti i sospiri e da tutte le preghiere dei devoti della Consolata”. Molti anche ricorrevano a lui o per aiuti materiali, o per consiglio e conforto, o per raccomandarsi alle sue preghiere e riceverne la benedizione.

A colmare il calice dell’amarezza venne, nel febbraio 1917, l’occupazione militare di parte della casa madre; poi, nel giugno seguente, la prima vittima al fronte nella persona del chierico Eugenio Baldi (Nato a Costigliole d’Asti nel 1885); poi ancora, nel gennaio 1918, la morte del P. Umberto Costa, Direttore di casa madre (Nato a Cirié nel 1885. fu uno dei primissimi alunni dell’istituto. Per il suo ingegno straordinario e soda pietà, serietà di carattere e indefesso lavoro, ebbe man mano incarichi sempre più importanti, finché fu posto a capo della comunità col titolo di Direttore). Ove si aggiunga a tutto questo le preoccupazioni per l’aggravarsi pauroso della situazione materiale, fino a mancare il pane, si comprenderà il martirio intimo, dolorosissimo, continuo del cuore del Padre; martirio che non trovava conforto se non nella buona condotta dei figli soldati, e più ancora nel vivere nella volontà di Dio. “Una verità – agli diceva – m’occupa continuamente l’anima, ed è l’uniformità alla santa volontà di Dio. e ciò non solo quanto alla mia persona, ma anche per l’Istituto. Pensando alle prove a cui al presente siamo soggetti, verrebbe la tentazione dello scoraggiamento. Ma no, l’Istituto è opera di Dio e passerà tutte le prove per meglio rifiorire.

“Ricorderò sempre – dice P. Sandrone – la commovente scena che si svolse attorno al letto del P. Costa. Era in agonia, e la comunità, formata ormai esclusivamente di giovani studenti e qualche chierico, recitava in chiesa le preghiere degli agonizzanti. Io assistevo il moribondo; ma proprio in quel momento dovevo partire io pure per il servizio militare. Il Rettore con le lacrime agli occhi e con accorato accento, chiamava il morente. Dovendo quindi allontanarsi mi avvicinai e m’inchinai a baciargli la mano. Dei cinque padri che restavano, ne perdeva due nello stesso tempo; ed uno lo perdeva per sempre, ed era colui sul quale aveva fondato le più belle speranze per l’avvenire dell’Istituto. Mi strinse a mano forte forte, e in un singulto mi disse:

“Ancora tu?!... Parti pure va, compi il tuo dovere!”

“Sembrava l’immagine del dolore. E tuttavia lo spirito era pronto, perché alzando gli occhi lacrimosi al cielo, soggiunse: “Sia fatta la santa volontà di Dio!”

“Pochi minuti dopo, l’anima del caro P. Costa passava in grembo a Dio, a ricevere il premio delle sue fatiche e sofferenze”

Conforti dal cielo

La SS. Vergine Consolatrice non mancava di recargli un po’ di sollievo con singolari favori. Già la sua materna protezione si era manifestata in occasione d’una partenza di quattro missionari per l’Africa. Per un inspiegabile ritardo nel ricevere le carte da Roma, non avevano potuto salpare col piroscafo ingaggiato: il quale pochi giorni dopo, veniva silurato in alto mare, senza che alcun passeggero riuscisse a salvarsi. La stessa cosa e quasi in identiche circostanze avvenne più tardi, per una spedizione di merci d’alto valore.

Anche per ciò che concerne l’incolumità personale dei nostri soldati, si palesava in modo quasi prodigioso l’assistenza della SS. Vergine. Ecco ad esempio ciò che avvenne al nostro P. Occelli. Stava con quattro soldati, di cui uno chierico, in una di quelle baracche che s’improvvisano tratto lungo le trincee. Erano esposto assai ma bisognava rimanere. Un giorno, mentr’era intento a scrivere una lettera al Superiore, scoppia improvvisa una bombarda. Il baraccamento salta in aria e tutti ne sono lanciati via. Al P. Occelli andò in minuti brani la lettera che stava scrivendo ed altri fogli, gli svelse l’elmetto dal capo, ma del resto… non la minima scalfittura! Spaventato, avvolto nel fumo, assordato dallo schianto, cerca i suoi uomini. Uno, che stava proprio al suo fianco, è addirittura a pezzi; due altri sono fuggiti in un ricovero; solo s’incontrano lui e il chierico, che si cercavano a vicenda.

Il predetto P. Sandrone, colto in Albania dalla febbre perniciosa malarica e ridotto in pietosissime condizioni, s’era imbarcato per l’Italia nella speranza di un miglioramento. Invece giunto ad Altamura, le forze gli vennero meno; alla malaria s’era aggiunta la nefrite. Dopo pochi gironi di degenza in quell’ospedale, gli si oscurò la vista, le estremità degli arti divennero fredde, e giaceva immobile, rigido, tanto che una Suora vedendolo e dopo averlo scosso a più riprese: “È morto!” – esclamò; e gli coperse il volto col lenzuolo. Egli invece percepiva benissimo quanto veniva attorno a lui, ma non poteva dare segni di vita. Fu solo quando si parlò di trasportarlo nella camera mortuaria, che egli riuscì a fare qualche lieve movimento. Gli praticarono subito delle iniezioni ed egli si destò come da un profondo sonno. Nel medesimo istante vide, in una rapidissima visone, l’altare maggiore del Santuario della Consolata con la venerata effigie, splendenti di luce. Da quel momento le condizioni di salute migliorarono e così rapidamente, che quindici giorni dopo aveva già raggiunto a Roma il Corpo di Sanità a cui apparteneva, e riprendeva servizio all’ospedale del Celio. Avendo di seguito raccontato il fatto al can. Allamano, questi nell’ascoltarlo sorrideva, poi soggiunse: “Eh, non sai che ogni giorno qui si pregava per voi?”

Del resto, le grazie ottenute ai soldati dalla SS. Vergine furono numerosissime. Di giorno in giorno s’andavano moltiplicando gli ex-voti; e oggi ancora chi li volesse passare in rassegna, vedrebbe quanti di essi si riferiscono ad episodi di guerra. E non pochi dei graziati, dopo aver sciolto il voto della riconoscenza all’altare della Vergine, si portavano a ringraziare ilo can. Allamano, il quale però era solito attribuire tutto “alle preghiere dei missionari”.

La morte del confondatore

Dopo tante stragi e tante rovine, dopo tanti dolori e tante lacrime, spuntava finalmente a sollievo del mondo l’aurora della pace.

Col cessare delle ostilità e la conseguente smobilitazione delle truppe, fu possibile riaprire il Convitto Ecclesiastico. Anche l’Istituto delle Missioni riprese il suo cammino. In Italia le vocazioni all’Apostolato aumentavano in modo consolantissimo, s’ da rendere necessaria l’apertura di nuove case. In Africa, alle due Missioni del Kenya e del Kaffa, s’aggiunsero, nel 1921, la Prefettura Apostolica dell’Iringa, facente già parte del Vicariato Apostolico di Dar es Salaam, nell’ex-Africa Orientale Tedesca (ora Territorio del Tanganyika). Donde erano stati allontanati i Benedettini di detta nazionalità.

Questo fervore d’opere se grandemente consolava l’Allamano, gli moltiplicava però le fatiche, mentre la sua fibra era già tanto scossa dagli strapazzi e dalle torture morali della guerra. Ed è proprio in questo momento che avviene la morte del suo più valido collaboratore, il can. Giacomo Camisassa. (Nato a Caramagna Piemonte il 27 settembre 1854, compì lui pure gli studi ginnasiali all’Oratorio salesiano di Torino, passando poi nel Seminario Metropolitano. Fu ordinato sacerdote il 15 giungo 1879 da Mons. Gastaldi. D’ingegno eccezionale, nel 1898 veniva eletto per acclamazione Dottore aggregato in Teologia, e più tardi Dottore Collegiato della facoltà d’Ambe Leggi. Nel 1892 era nominato Canonico onorario, e quindi nel 1903 canonico effettivo della Metropolitana. S. S. Pio X gli offerse e con molte insistenze il vescovado; dignità che egli umilmente sempre ricusò, per continuare il suo lavoro a fianco del can. Allamano. Tutto il complesso lavoro amministrativo e organizzativo – sia del Santuario che dell’Istituto e delle Missioni – fu, infatti quasi esclusivamente campito suo).

Il primo attacco allarmante del male l’ebbe verso la fine del giugno 1922. recatosi per un po’ di riposo alla villa di Rivoli, non se ne trasse miglioramento. Ben presto un nuovo e più violento assalto del male l’obbligò a un riposo assoluto e a non più lasciare il letto. Si può immaginare la costernazione nostra e di quanti gli erano affezionati. L’Allamano poi soffriva un vero martirio. Il 23 luglio, dopo averci notificato la gravità del caso ed esortati alla preghiera, soggiungeva: “Se poi la Madonna non ci farà il miracolo… ebbene avremo un protettore in cielo, perché lui è pieno di meriti. Ma capirete, è per me…. Che son vecchio…”. E qui la commozione l’assalì sì forte, da fargli nodo alla gola e troncargli la parola.

Anche per l’infermo la pena più affliggente era il pensiero di quanto l’Allamano avrebbe sofferto per il distacco. Ogni volta che questi gli dava la benedizione, la riceveva umilmente, poi gli afferrava la mano e la baciava, quasi a ripetergli, impresso in quel bacio, l’affetto che gli aveva portato durante quarantadue anni consecutivi di vita in comune.

Nella festa dell’Assunta parve miracolosamente guarito, parlava e ragionava con brio; un’atmosfera di spiritualità lo circondava. Poi improvvisamente disse alle suore che lo assistevano:

“Tre giorni… e vedrete”.

Tre giorni dopo il 18 agosto, venerdì alle ore 20 lasciava l’esilio per la patria.

Quando i pochi alunni di casa madre (gli altri erano a S. Ignazio in vacanza), chiamati per telefono, giunsero alla Consolata, l’Allamano usciva allora dalla camera dei defunti. Non dimenticheremo mai la scena di quel momento. Il buon Padre sembrava una statua di cera. Solo l’occhio conservava la limpidezza. Ci stingemmo attorno con premuroso affetto, come ad alleviare il suo dolore. Volle parlare e disse:

“Il nostro caro Vicerettore…” ma non poté proseguire. Lo spirito era pronto, ma la carne inferma. Additò il cielo e v’innalzò lo sguardo lacrimoso: e c’era in quello sguardo tutto l’affetto pel defunto e l’angoscia del cuore, e la perfetta rassegnazione alla volontà di Dio. si avviò quindi a capo chino verso il suo appartamento.

Ci offrimmo di accompagnarlo:

“Signor Rettore, permetta che le teniamo compagnia stanotte”. “no, no, miei cari, mi basta Iddio”.

E si chiuse nella cameretta desolata.

Il primo Capitolo Generale

La morte del Can. Giacomo Camisassa era una perdita tanto più grave, in quanto avveniva alla vigilia del primo Capitolo Generale dell’Istituto. Dicemmo a suo luogo come il canonico Allamano avesse ripetutamente manifestato il desiderio, ed anche avanzata proposta a Roma, di rinunziare al superiorato, con la motivazione che l’istituto poteva ormai reggersi da sé, sempre ne era stato dissuaso. Fu solo nel dopoguerra che, in vista soprattutto della malferma salute, poté ottenere la convocazione del Capitolo Generale. Questo si tenne nel novembre del 1922. quando si trattò di passare all’elezione del Superiore Generale, il can. Allamano rinnovò la dichiarazione di non potere più accettare la carica, accampando tutti i motivi che la profonda sua umiltà gli suggeriva. Venne invece eletto ad unanimità di voti, non potendosi per acclamazione, come pur si sarebbe voluto.

Allora si alzò, e unendo questa volta le lacrime alle parole, ridisse le ragioni per cui credeva di non potere accettare, e scongiurò i Padri a ripetere l’elezione per convergere i voti su un altro. Anche questa seconda elezione, fatta solo in omaggio al suo desiderio, ebbe l’esito della prima, né dissimile l’avrebbe avuta per quante volte si fosse ripetuta.

Egli comprese, ed allargando le braccia come per riabbracciare la croce, esclamò: “Sia fatta al volontà di Dio!”.

Giubileo Sacerdotale

il Giubileo sacerdotale del canonico Allamano cadeva il 20 settembre 1923, ed egli vi si preparò nel raccoglimento e nella preghiera. Era sua intenzione che i festeggiamenti conservassero un carattere di intimità religiosa, si riducessero cioè ad un semplice convegno dei superstiti compagni di corso, undici in tutto. a Mons. Ressia, che gli proponeva il convegno a Mondovì, l’Allamano rispondeva: “Siamo vecchie sciancati; a Mondovì daremmo ammirazione. In Torino invece ed alla Consolata passeremo inosservati. Io celebrerò la santa Messa e tu dirai due parole, e con la benedizione del SS. Sacramento chiuderemo la nostra festa.

La festa però – e non poteva essere altrimenti –riuscì una grandiosa manifestazione di affetto e di stima da parte di ogni ceto di persone. Il Periodico delle Missioni – uscito in Numero Unico – poté fregiarsi del preziosissimo autografo del Sommo Pontefice Pio XI: pagina stupenda, che da sola basta a mettere il piena luce la figura del can. Allamano nella perfezione delle virtù e nella grandezza delle opere; mentre essendo parole del Vicario di N. S. Gesù Cristo, sorpassa di gran lunga in autorità e valore quanto abbiamo scritto od altri potrebbero scrivere del nostro santo Fondatore.

Al documento pontificio fecero degna corona le lettere gratulatorie di ben quindici Eminentissimi Principi di Santa Romana Chiesa, ognuna delle quali costituisce nuova e solenne prova dell’alta estimazione in cui l’Allamano era tenuto. Purtroppo, fra tante voci, una ne mancava: quella del Pastore della Diocesi, l’Eminentissimo card. Richelmy, spentosi un mese prima, in agosto, mentre s’accingeva a dettare per il Periodico la sua entusiastica adesione.

Fra i numerosi omaggi di venerazione pervenuto al Festeggiato, non va dimenticato quello delle lontane Missioni d’Africa, indubbiamente uno dei più cari al suo cuore paterno. Nelle singole stazioni di missione si tennero solenni funzioni religiose con Comunioni generali, preghiere pubbliche, discorsi commemorativi, , e vennero inoltre concentrate per tal giorno le funzioni d’ammistrazione di battesimi solenni e celebrazioni di matrimoni cristiani, per dare alla giornata il massimo carattere festivo.

Profondamente commosso, il can. Allamano indirizzava poi ai missionari e Suore una lettera Circolare, degna del più tenero dei padri, degna soprattutto di un santo, e che fu com il suo testamento. Ne riportiamo alcuni punti:

Col cuore ripieno d’intima consolazione ho celebrato il cinquantesimo della mia sacra Ordinazione sacerdotale. Fu questa per me una grazia singolare, che umanamente non potevo aspettarmi, e solamente la bontà di Dio si degnò concedermi. La debolezza abituale della mia salute, e le molte sollecitudini nei vari stadi di mia vita mi prostrarono sovente le forze; eppure il Signore mi conservò a questo giorno a preferenza di altri compagni più robusti e migliori di me.

Preparandomi alla festa coi santi spirituali esercizi, ebbi modo di riandare le tante grazie che il buon Dio mi elargì nei passati cinquant’anni. Prima fra tutte: la celebrazione quasi continua di sante Messe, colle benedizione ch’esse apportarono al sacerdote che bene le celebra. E poi tante altre spirituali e temporali da non potersi enumerare: enumera stella si potes.

Quante responsabilità gravarono sul mio capo! Ma è Dio che così volle e la sua grazia era copn me: Gratia Dei mecum. Fu Egli che mi volle Direttore Spirituale in seminario, poi Rettore del Convitto Ecclesiastico e del Santuario della Consolata, e più tardi strumento della vostra santificazione, e per mezzo vostro della salute di tante anime infedeli.

Se a mio posto fosse stato un santo, quanto maggior bene avrebbe operato ed acquistatisi più meriti! Mi consola però il pensiero che cercai sempre di fare la Volontà di Dio, riconosciuta nella voce dei Superiori. Se il Signore benedì molte opere cui posi mano, da eccitare allora ammirazione, il mio segreto fu di cercare Dio solo e la sua santa Volontà, manifestatami di miei superiori.

Questa fu ed è la mia consolazione in vita e sarà la mia confidenza al tribunale di Dio. non credo superbia di propormi a vostro esempio e modello nella virtù dell’obbedienza. Credetemi: Vir obediens loquetur victorias!”

“Nunc dimittis!”

Il cantico d’esultanza del can. Allamano per la celebrazione del Giubileo sacerdotale, s’intrecciò con quello del suo ardente desiderio pel cielo. Sentiva che la sua missione quaggiù era compiuta e che alle opere da lui fondate, fiorenti tutte, avrebbe potuto giovare ormai più dal Paradiso che sulla terra.

Già nell’agosto del 1922, recandosi a Sant’Ignazio per gli esercizi spirituali, presagiva essere quella l’ultima visita al caro santuario, testimone per oltre dieci lustri della sua pietà e del suo zelo. Prima di lasciarlo, volle fermarsi a lungo e tutto solo a pregare ad ogni altare. Indugiò soprattutto all’altare di Sant’Ignazio, per raccomandare a questo grande fondatore lo spirito apostolico dei figli e figlie missionarie.

Nel 1923 le sue visite all’Istituto, sempre a motivo della salute, si fecero più rare, del che egli si doleva assai. E negli ultimi mesi del 1924, per consiglio dei medici – che gli volevano rendere possibile l’andata a Roma nella primavera successiva per la beatificazione del Cafasso – non uscì più di camera. Quell’inverno (12924.1925) fu per lui particolarmente penoso e dovette anche tenere il letto a più riprese. Per la prima volta dalla fondazione dell’Istituto, non fu tra noi nella festa di s. Giuseppe. Anche in Duomo non andava più. “Sono ormai come il vetro – diceva – e non posso più passar sopra ai mali come una volta”.

Vennero le feste della beatificazione dello Zio, a Roma e a Torino, e furono per la sua salute il colpo di grazia. Non si riebbe più. Lo constatavamo noi e quanti lo potevano avvicinare. Lo si persuase a recarsi alla villa di Rivoli, per un assoluto riposo. Acconsentì a malincuore: “Sono qui in riposo . diceva - ma io mi sento in esilio. Lontano dalla Consolata non posso vivere”. Ritornò a Torino per nulla migliorato in salute. Eppure non aveva mali specifici; i medici non ne trovavano e gli ordinavano non medicine ma riposo. Era l’uomo logoro. Era la fiamma che si spegneva.

Né possiamo nascondere come a tutte queste sofferenze fisiche, si aggiungessero negli ultimi tempi dolorosissime pene morali. Era Iddio che così permetteva e disponeva per di più purificare il suo servo fedele, rendere più fulgida la sua corona di giustizia, attirare più abbondanti benedizioni sulle pere da lui fondate. Non sveleremo i delicati segreti del cuore del Padre; diremo solo che egli bevve al calice amarissimo del getsemani e fece passo passo la salita del calvario, fino ad esclamare in un momento di suprema desolazione: “Ebbene, vuol dire che alla corona dei vergini e dei confessori, il buon Dio aggiungerà anche quella dei martiri!”.

Le cose procedevano così, in quell’inverno del 1925-1926, fra tante sofferenze da aprte sua, nella preghiera da aprte nostra e nella speranza che ancora potesse riaversi. Certo nessuno riteneva così imminente la fine.

Sul letto di morte

Improvvisamente le cose s’aggravarono. Era il primo febbraio, il can. Allamano fece chiamare il Vicerettore del Santuario, ca. Cappella, per dirgli che non si sentiva di celebrare: dicesse lui Messa nella cappella attigua; agli l’avrebbe assistita in spirito e fatto la santa Comunione. Non poter dire Messa fu fino alla morte la più dolorosa delle sue pene. Già il girono innanzi, sentendosi assai debole, s’era raccomandato alle preghiere della suora che l’assisteva, per ottenere di poter celebrare fino all’ultimo; e alla medesima diceva poi, riferendosi al fatto di aver fatto solo la Comunione:

“Eh, il can. Cappella stamane ha fatto pranzo, ma a me ha dato solo la colazione!”.

L’illustre Prof. Battistini, venuto in mattinata, trovò che le condizioni generali non erano gravi, solo lo consigliava a stare a letto. Al che l’infermo rispose:

Sive vivimus, sive morimur Domini sumus!”. Due giorni dopo, il 4 febbraio, sentendosi meglio, volle alzarsi e dire Messa; e a chi dolcemente lo rimproverava di questo sforzo, ch’era più di volontà che non di reale miglioramento, rispondeva:

Sono tre giorni che non celebro!... essi, i dottori, non sanno, non capiscono che cosa voglia dire lasciare la Messa. Faccio al Comunione, è vero. Ma la Messa!”.

La Messa quel giorno non poté celebrarla, e non la celebrò più.

Il 5 febbraio, nulla ancor trovando di particolarmente grave, gli permise di alzarsi qualche ora al pomeriggio. Vi si provò, ma le forze non lo sostennero.. quella notte, l’ultima senza assistenza, la passò agitatissima. Volendo scender dal eltto, le forze lo tradirono. Ebbe però la presenza di spirito di suonare il campanello al domestico, che subito accorse e lo trovò a terra tutto tremante dal freddo.

Il 7 febbraio nuovo consulto. I medici dichiararono che l’amatissimo infermo avrebbe ancora potuto se non proprio guarire, almeno rimettersi alquanto. Al santuario intanto, e all’Istituto si moltiplicavano le preghiere. L’infermo da parte sua, si manteneva calmissimo; l’unica sua pena era sempre quella: la Messa!

“Sì, sì – diceva – è gran cosa avere qui la Messa e poter fare la Comunione, ma non vi è paragone con al fortuna di poter celebrare”.

Ancora l’8 febbraio, alla suore che di notte gli offriva un calmante, domandò:

“Ma è proprio vero il permesso dato di poter rompere il digiuno?... non ho mai fatto sacrifici così grossi: non celebrare la Messa, e far la Comunione non digiuno! Ma tra poco diremo al Messa eterna…”.

Insieme col pensiero della Messa l’accompagnava quello delle Missioni.

“Prego per voi – diceva ai Padri e alle Superiori – per voi per quelli d’Africa. È questa la mia continua occupazione… non posso fare altro”.

E ai superiori dell’Istituto che gli promettevano preghiere:

“Sì, sì. Pregate per me. Vedete, questo poco di vita che ancora mi resta è per voi… Vi ho dato tutto!”

E affinché l’olocausto fosse ancora più accetto a Dio, l’avvalorava con la perfetta sottomissione alla volontà di Dio. mai un sol gemito uscì dal suo labbro, tanto da dar l’impressione che non soffrisse. Eppure soffriva, e alla suora che, nottetempo, gli porgeva una bibita, disse rifiutando il lieve ristoro:

“No, aspetta, fin dopo la sveglia delle cinque. Chissà quanto soffrono gli stessi dolori che soffro io.

Oh, non sono solo a soffrire!”.

 La sua abituale giaculatoria, insieme con le invocazioni alla SS. Consolata, era:

“Sia fatta, mio Dio. la tua santa volontà!”.

 A chi l’interrogava sulla sua salute, rispondeva semplicemente:

“La volontà di Dio, solo la volontà di Dio!”

A chi gli diceva che tante anime pregavano per la sua guarigione:

No, non questo dovete chiedere, non questo voglio, ma solo il compimento della volontà di Dio”.

Il venerdì 12 febbraio, il suo stato peggiorò. Fu deciso un nuovo consulto. Il caso venne dichiarato grave, ma non disperato, poiché i medicinali influivano ancora sul fisico ed era esclusa ogni forma bronchiale o polmonare. Tutta la gravità stava nell’età avanzata e nella delicatissima costituzione. Mons. Gamba, arcivescovo di torino, che già gli aveva fatto ripetute visite, indisse un solenne triduo di preghiere al santuario della Consolata. Anche mons. Pinardi era assiduo al capezzale dell’infermo, mentre tutti i Vescovi del Piemonte gli facevano pervenire i più fervidi voti di pronta guarigione. La benedizione particolare del Santo Padre fu ricevuta dall’infermo con segno di visibile soddisfazione e glia arrecò grande conforto.

La mattina del 13 febbraio, appena svegliato, chiese subito di mons. Perrachon, che sapeva essere giunto la sera antecedente dalle Missioni del Kenya, ed espresse il desiderio di vederlo. Lo accolse con particolare compiacenza, intrattenendosi alquanto con lui e benedicendolo con effusione di cuore.

Il giorno 14 ebbe qualche ora di calma al mattino, ma nel pomeriggio tornò ad aggravarsi. Copioso catarro gli faceva nodo alla gola, causandogli nella respirazione un rantolo penoso. Alla suora che gli parlava del mese di san Giuseppe e delle preghiere che si sarebbero fatte, rispose alzando gli occhi al cielo:

“La volontà di Dio…. la volontà di Dio…”.

Il giorno 15 , alle tre del mattino, volle si chiamasse il can. Cappella per vedere con lui se tutto era in ordine riguardo al Santuario; poi verso l’alba chiese si celebrasse la santa messa. All’incominciare di questa tentò di segnarsi, ma non riuscì più a portare la mano alla fronte. Al vangelo tentò nuovamente , ma invano, di fare il triplice segno di croce, desideroso di eseguire fino all’ultimo queste piccole cerimonie. Prima della Comunione le suore gli vollero inumidire le labbra, ma egli rifiutò:

“Ho già provato… - mormorò – posso ancora trangugiare”.

Volle poi ricevere i Sacerdoti Convittori, ai quali rivolse parole d’addio e li benedisse. Avendogli qualcuno detto che sembrava uno sposo, per la nuova biancheria appena indossata, rispose: “Sì, vado alle nozze eterne!”.

E le nozze eterne erano vicinissime.

L’amplesso di Dio

Più volte il piissimo infermo s’era raccomandato che gli fosse portato per tempo il santo Viatico dalla Metropolitana, com’è consuetudine e privilegio dei Canonici di quella Collegiata: ma fidando sulle dichiarazioni dei medici, s’era sempre dilazionato.

Ed ecco nelle prime ore del pomeriggio del giorno 15, l’infermo entrare improvvisamente in stato preagonico. Il can. Cappella giudicò conveniente amministrargli subito l’Olio degli infermi, che l’infermo accompagnò con attenzione e devozione, mentre se facevano i preparativi per il Viatico. Intanto l’arcivescovo mons Gamba, mons. Filippo Perlo, mons. Peerachon con gli altri superiori dell’Istituto accorrevano al suo letto. Il viatico gli venne amministrato dal can. Cappella con accompagnamento dei sacerdoti Convittori, degli alunni dell’Istituto missionario, delle suore missionarie e di molte pie persone. Erano le 17. al momento di ricevere per l’ultima volta il tanto amato Gesù Eucaristico, l’ammalato tentò di alzare la mano. La suora intuì il desiderio e gli scoprì il capo,del che egli si dimostrò contento. Alle giaculatorie che gli venivano suggerite in ringraziamento, eli accennava i sì col capo, sforzandosi di far capire che gli tornavano gradite.

Mons. Perlo che nei giorni precedenti era stato assiduo al capezzale del padre e che da questo momento non l’abbandonerà più, gli chiese un’ultima benedizione per l’istituto e le Missioni. Lo sguardo velato del padre sembrò ravvivarsi accennò di sì con un lieve movimento del capo, mentre con un supremo sforzo tentava di alzare la mano, che ricadde però subito inerte. Allora Mons. Perlo, in nome del morente, confermò quest’ultima preziosa benedizione su tutti inginocchiati ai suoi piedi. Poi a uno a uno i Sacerdoti del Convitto, gli alunni dell0istituto e le suore missionarie passarono a posare l’ultimo bacio sulla mano del morente.

Calò la sera e si fece alta la notte: Una notte tutta accesa di stelle che rischiaravano il Santuario silenzioso, chiuso nel suo dolore. Fuori, nel mondo,impazzava il carnevale; quella morte che avanzava lenta e spossante, sembrava quasi una Via Crucis, un’offerta di sé, in riparazione delle altrui dimenticanze.

L’agonia del Padre era l’agonia dei figli ed ogni singulto del morente si ripercuoteva dolorosamente sul nostro cuore. Per dodici ore, attorno al letto della Vittima, fu una sola preghiera. I più vicini capezzale poterono raccogliere qualche monosillabo lieve come un soffio. Si udì con chiarezza un “Amen” in risposta ad una giaculatoria; più distinte le parole “Ave Maria”. Era l’ultimo saluto che questo figlio prediletto rivolgeva dalla terra “alla sua carissima madre”, che dal cielo gli tendeva le braccia. Poi ancora un segno di compiacenza quando, dopo le preghiere degli agonizzanti, s’intonò forte dai circostanti il Rosario.

Poco dopo le tre del mattino il morente parve riaversi, spalancò gli occhi con quello sguardo annoi sì caro, e lo girò attorno con un ultimo lampo di intelligenza; quindi cadde in completa agonia. La chiarezza degli occhi si andava velando di minuto in minuto. S’intensificarono le preci. Il morente sentì ancora il crocefisso posarsi sul labbro e abbozzò un bacio. Poi più nulla. Il viso ebbe una leggera contrazione… una nube densa spense del tutto la fioca luce degli occhi… e fu la morte. Erano le 4,10 del 16 febbraio. Vigilia della Ceneri, e per noi, suoi figli, rpimo giorno d’una quaresima che si sarebbe prolungata tutta la vita, fino a quando cioè ci sarà dato rivederlo in cielo.

Si recitarono le preghiere dei defunti, il canonico Cappella celebrò la Messa nella camera del morto, quindi la salma, rivestita degli abiti sacerdotali venne trasportata nella cappella interna del Convitto, trasformata in camera s ardente . nello stesso momento le campane suonavano l’Angelus, e le porte del santuario si aprivano ai primi fedeli che salirono a recitare il loro Requiem.

Profondo rimpianto

Non appena si diffuse per Torino la notizia della morte del can. Allamano, fu in tutti uno stupore pari al dolore, perché si era abituati a vedere in lui, più che una singolare persona, un’istituzione, un programma, un centro di operosità spiratale, che non dovrebbe scomparire ami.

La camera ardente diventò subito meta d’un ininterrotto pellegrinaggio. Migliaia di persone salirono a inginocchiarsi intorno a quelle salma ed a gustare la visone di quella morte cristiana, che nulla aveva di doloroso e agghiacciante, ma che appariva invece come un sonno soave.

Il buon Padre, vestito di rocchetto e di stola violacea, con nelle mani il crocifisso, riposava. La salma, fra quattro ceri ardenti, era rivolta all’altare, sopra del quale era il quadro del Cafasso nell’atto di indicare ai fedeli l’immagine della SS. Consolata. Ora pareva che il Beato sorridesse alla salma del nipote, dicendo col suo gesto: “È venuto a raggiungere la venerata Madonna”. Anche nella compostezza della morte, il can. Allamano presentava una rassomiglianza evidentissima coi tratti fisionomici dello Zio. Là, nella piccola Cappella, tutte queste cose apparivano a prima vista, tanto che si entrava quasi timorosi di rompere la soave pace di un’intima scena familiare; Zio e Nipote che si ritrovavano nella gloria di Maria Consolatrice, la cara Madonna servita quaggiù con tanti fervore d’opere e tanto trasporto di fede.

Una fiumana di gente passò a gustare un po’ di questo mistico linguaggio e di questa pace; e nessuno si allontanò senza far toccare qualcosa di lui, senza far passare sulle sue mani un oggetto caro da poter dire domani: è stato toccato da lui, è come se me l’avesse donato. Due sacerdoti attendevano senza posa, a soddisfare questo pio desiderio dei fedeli che, nella loro intuizione meravigliosa, sentivano che nulla v’era di perduto in quella morte, ma v’era invece la conquista d’un santo.

“Mamma – fu udito un bimbo domandare – perché tutti fanno toccare qualcosa?” “Perché era un santo”.

“E perché era un santo?”

“Perché… perché non fece mai nulla di male, na fece invece sempre tanto bene!”.

Due donne, uscendo e accennando il quadro del beato Cafasso sopra l’altare, si confidavano brevemente:

“Un giorno lo pregheremo là, sopra l’altare”.

“Noi non più, siamo troppo vecchie”.

“Oh, lo vedremo ancora… se non fanno santo lui!”.

Un’altra donna s’accosta ad una suora missionaria:

“Ma dica, suora, lascia tranquilli così la morte?”.

“Sì, quelli che vanno in Paradiso”.

E vi era in tutte queste risposte una sicurezza piena e salda.

Impossibile elencare le partecipazioni di condoglianze giunte al Santuario e al nostro Istituto. Dal Sommo Pontefice ai semplici sacerdoti, dai Principi di casa Savoia a gente del popolo nota e ignota, da ogni parte del Piemonte e dalle più lontane regioni d’Italia, telegrammi, lettere e biglietti da visita giunsero a fasci. Il quotidiano cattolico di Torino usciva listato a lutto nella pagina della cronaca, mentre la Gazzetta del Popolo e La Stampa ne esaltavano le virtù e le benemerenze.

Apoteosi

Lo onoranze funebri assunsero, per volontà di clero e popolo, il significato simbolico dell’apoteosi. Furono infatti un’austera e grandiosa manifestazione di cordoglio, indimenticabile dimostrazione di dolore per la scomparsa dell’umilissimo Apostolo della verità e della carità.

L’ultima notte trascorsa dalla venerata salma nella casa che fu campo della sua attività prodigiosa, fu una veglia di mistico fervore. I Convittori e i Missionari della Consolata si successero ininterrottamente a pregare attorno al feretro.

Alle sette, prima dei solenni funerali, i sacerdoti addetti al Santuario vollero, con pio pensiero rendere omaggio della loro devozione all’amato Rettore con una cerimonia semplice e suggestiva. Sorretta dai Convittori e preceduta dagli allievi missionari e dalle suore missionarie, la bara del canonico Allamano, avvolta in un gran drappo di velluto nero, veniva tratta dalla cappella ardente e portata processionalmente, per la piazzetta esterna, nel Santuario, di fronte all’altare maggiore. La SS. Consolata, dall’alto del suo trono, sembrava guardare col più intenso affetto la folla dei fedeli, che pregava devota per il suo grande Apostolo. Padre Gallea, celebrò la Messa, accompagnata in canto dagli alunni dell’istituto.

All’ora stabilita si formò il corteo veramente imponentissimo che, sempre fiancheggiato da numeroso pubblico, sfilò per le vie della città fino alla Metropolitana. Per l’ultima volta il can. Allamano veniva portato nella chiesa che, per lunga serie di anni, era stata testimone del suo assiduo zelo e della sua pietà edificante. Il can. Giuganino, direttore delle Opere Missionarie, cantò la Messa, dopo la quale impartì alla salma la benedizione di rito. Terminata la funzione in Duomo, il corteo si ricomponeva e s’avviava al cimitero generale, dove la cara salma veniva tumulata vicino a quella dell’indimenticabile can. Giacomo Camisassa, con fondatore dell’Istituto.