Ricordando sua madre, divenuta cieca negli ultimi anni di vita, l'Allamano uscì in questa espressione: “aveva due occhi di paradiso e sembrava impossibile che non vedesse!”. La stessa vivezza è colta negli occhi del figlio. Il suo sguardo penetrante, intuitivo, andava oltre le apparenze: penetrava nel mistero di Dio e nel mistero dell'uomo.

Fin da seminarista, attratto dal sentimento della presenza di Dio, proponeva con le parole del salmo: “i miei occhi sono sempre rivolti al Signore”. E insegnerà poi: “teniamo sempre gli occhi indirizzati a Dio, come gli occhi di Dio sono sempre rivolti a noi” [1].

Quando parlava di Dio, della Madonna, dell'Eucaristia, il suo volto si trasfigurava. Gli occhi risplendevano di un vivo brilli[2]. Ricorda un allora giovane studente: “Ci parlava dell'Eucaristia con tale ardore da farci infiammare il cuore. Gli occhi gli si illuminavano; si sarebbe detto un poeta che declamava il suo grande amore” (G. Bartorelli). E quando celebrava la Messa, “era così concentrato e fissava con sguardo così fisso e penetrante le sacre specie, che a qualcuno pareva che egli vedesse realmente il Signore” (A. Borda Bossana).

Nelle lunghe ore passate in adorazione, “fissava il suo sguardo al tabernacolo come se vedesse l'amico più amato” (G. Nepote). Ai suoi missionari diceva: “vorrei che i vostri occhi fossero così fissi, così penetranti, che vedessero Gesù là dentro. Non è mica impossibile; ci vuole fede”[3].

L'espressione esteriore è il riflesso di una costante tensione interiore. Quella dell'anima assetata di Dio, che aspira a contemplare il volto del Signore. L'Allamano fa propria la descrizione della vita interiore desunta da S. Tommaso, che esprime appieno il suo anelito: “trattenersi continuamente con Dio; godere della sua presenza, delle sue parole, dei suoi atti; trovare in lui tutte le consolazioni nostre; fare la sua volontà. Diportarsi insomma con Dio come un amico si comporta con un amico” La ricerca di Dio, il senso e il gusto della sua presenza è una delle caratteristiche portanti della spiritualità dell'Allamano[4]. È certamente il sentimento dominante, che regola non solo il suo rapporto con il soprannaturale, ma anche con gli uomini. Pervade il suo insegnamento sui rapporti interpersonali, sulla vita di comunità, sull'apostolato.

L'Allamano guarda dentro di sé e scrive nei suoi appunti spirituali di seminarista: “Dio regna in te”; “Dio è in me, Dio mi vede, vivere alla presenza di Dio: oculi mei semper ad Dominum”. Proseguendo nella vita, si ritrova lo stesso sentimento: “Dio è in te per l'ordinazione, la comunione, la grazia: vivere e agire con Gesù che è nel mio cuore”. “Bisogna che respiriamo, che ci perdiamo in Dio. Oculi mei semper ad Dominum. Mi piace tanto questa frase e dovete ricordarla”[5].

Per questo fu sempre presente a se stesso, compreso del suo essere sacerdote, attento alla grazia del momento presente. Egli sentì vivamente che siamo immersi in un mondo in cui lo Spirito Santo spande continuamente i doni di Dio. Ne troviamo testimonianza nelle sue stesse parole. “Un giorno mi venne in mente — disse — di contare tutte le buone ispirazioni che il Signore mi mandava durante quella giornata. Mi sono messo al mattino, e contavo... contavo, guardando anche di trarne profitto e metterle in pratica; ma sì..., arrivato a mezzo, giorno ne avevo già un buon numero, potevo mica andare avanti. Tutte le grazie che riceviamo dalla mattina alla sera!”[6]. Compreso di questi sentimenti, si era proposto di “fare nel suo cuore una piacevole dimora per il Signore”. E giunse a un ardente spirito di preghiera. Attesta A. Borda Bossana: “mi faceva grandissima impressione il raccoglimento con cui attendeva all'orazione. Era così raccolto e concentrato che chiunque lo vedeva non poteva fare a meno di esserne altamente ammirato e constatare da quale vivezza di fede fosse penetrato il suo spirito”. Ma la sua tensione è alla “preghiera di tutto il giorno”, camminando sempre alla presenza del Signore, in intima unione con lui. “Sono convinto — dice G. Nepote — che vivesse in continua unione con Dio, tanto era abituale il suo raccoglimento”. Anche il comportamento esterno ne era influenzato. Ecco l'impressione di un altro Servo di Dio: “La sua presenza mi sembrava un libro parlante, una regola; mi pareva spargesse un po' di quella grazia che certamente portava nel cuore, perché mi pareva che ogni suo atto, ogni sua parola, persino gli atteggiamenti e i movimenti più trascurabili fossero ispirati a quello spirito soprannaturale, tanto egli viveva di fede e sempre padrone di tutto se stesso: parole, disposizioni, sensi, azioni (G. Alberione).

Compiangeva i sacerdoti che con la scusa del lavoro trascurano la preghiera, la vita interiore. Costoro, diceva, “si rendono inutili a se stessi e agli altri”[7].

L'Allamano fissa il suo sguardo sull'Eucaristia e, ammirato, contempla: “Gesù si asside nel cuore e di là domina tutto noi stessi, anima e corpo, e tutte le potenze”. Gli piace l'esempio della circolazione del sangue riferito all'Eucaristia: “come il sangue parte dal cuore e vi ritorna, così noi diciamo a Gesù che operi in noi, ma noi riferiamo tutto a lui. Egli guarda l'anima, le nostre potenze, io devo guardare a lui”[8]. Diventa, quindi, sua aspirazione prolungare questa speciale presenza: “Prego Gesù di rimanere corporalmente nel mio cuore per tutto il dì”. E propone agli altri di ardere dello stesso desiderio: “Diteglielo (dopo la Comunione): non andare via fino a domani che verrai di nuovo” [9]. Vive questa aspirazione, rivolgendo continuamente il pensiero e lo sguardo al tabernacolo. E moltiplica le immagini, diventa poeta. Per lui, Gesù nel tabernacolo è il centro, il sole, il direttore vero della casa, da cui tutto parte e a cui tutto converge. Noi dobbiamo aggirarci attorno a lui come le farfalle alla luce, le api al miele; vivere la presenza eucaristica come due cuori che si donano, due sguardi che si incontrano, due fiamme che si consumano.

Non si tratta di sentimenti, sia pure nobili e fruttuosi. Lo sguardo all'Eucaristia, dice l'Allamano ai missionari: “vi formerà a tutte le virtù e accenderà in voi quel fuoco che Gesù è venuto a portare sulla terra, e che per mezzo vostro vuole accendere nelle anime infedeli” [10]. t quanto propone la Chiesa nei suoi recenti documenti. “L'Eucaristia è fatta per attirare e accendere i fedeli in quell'amore di Cristo, che sia come la loro molla di azione”, per spronarli “a tutte le opere di carità, di pietà e di apostolato” [11]. L'Eucaristia è centro di tutta la vita cristiana, personale e comunitaria, il vertice a cui tutto è ordinato, la fonte da cui scaturisce ogni energia [12]. E ancora più chiaramente l'Istruzione sul culto del mistero eucaristico recita: “L'unione a Cristo a cui è ordinato questo sacramento non deve essere suscitata soltanto durante il tempo della celebrazione eucaristica, ma deve prolungarsi durante tutta la vita cristiana, così che i fedeli contemplino ininterrottamente nella fede il dono ricevuto, trascorrano la vita di ogni giorno nel rendimento di grazie, sotto la guida dello Spirito Santo, e producano più abbondanti frutti di carità” [13].

L'Allamano indirizza il suo occhio su Gesù Cristo e ne vede il modello supremo. Egli “è la regola di ogni mia azione”, scrive da seminarista. Nel suo insegnamento, il ricorso all'esemplarità di Gesù è costante, continuo e spontaneo. L'esempio di Gesù è l'argomento decisivo per ogni comportamento. Occorre sentire come lui, rivestirsi di lui, operare, parlare e vivere come lui. E sintetizza tutto in queste scultoree parole: “Vivete di Gesù per tutta la vita; tutto rivolgete a lui e tutto partirà da lui. Felici voi se così sarete uniti a lui; egli sarà la vostra felicità in vita e il vostro premio in cielo” [14]. Essere uniti a lui, significa averlo modello di ciò che costituisce il fine ultimo della spiritualità cristiana: essere una sola cosa con Dio, facendo in tutto e sempre la sua volontà. Vivere e operare in modo da avere “la propria volontà conforme a quella di Dio, uniforme con quella di Dio, deiforme. Colui che si unisce strettamente alla volontà di Dio, ha una sola volontà, sì che può dire: non ho più la mia volontà, ma è deiforme; essa è così fissa, ha un fine così santo, che non sono più io che vivo, ma è Gesù Cristo che vive in me... ho Gesù stampato in me; io non sono che uno strumento della gloria di Dio” [15]. Soltanto così si ha amore vero. “Quando parliamo di amore andiamo un po' alla leggera — continua l'Allamano con il suo caratteristico senso pratico —. Quando sentiamo il cuore tenero, pieno, ci pare di amare. Ma non è questo l'amore che dobbiamo portare a Nostro Signore; non è tutto qui... L'amore ci fa sopportare, operare, lavorare senza posa, ci fa languire utilmente” [16]. Ed egli ne diede l'esempio. Anelante all'unione perfetta con Dio, arse di zelo per la salvezza dei fratelli vicini e lontani. Innamorato di Cristo, procurò la diffusione del suo Vangelo. Ma il compiacimento più alto, l'Allamano lo trovava, alla fine della vita, soltanto in questo: “Mi consola che cercai sempre di fare la volontà di Dio, riconosciuta nella voce dei superiori. Se il Signore benedì molte opere cui posi mano, da eccitare talora ammirazione, il segreto mio fu di cercare Dio solo e la sua santa volontà, manifestatami dai miei superiori”.

L'Allamano rivolge particolare attenzione alla celebrazione del mistero di Cristo nella liturgia. Già nella regola di vita seminaristica proponeva di uniformarsi allo spirito della Chiesa nei vari tempi dell'anno, con appropriate meditazioni ed esercizi di pietà. Gustava e viveva la liturgia, tanto da manifestarlo anche nelle espressioni del volto. Attesta Sr. Margherita De Maria: “Ci parlava a lungo e minutamente del mistero del giorno, animandoci a uniformarci ai sentimenti e agli insegnamenti della santa Chiesa. Parlava con tanta animazione e convinzione, che si vedeva chiaramente come vivesse di queste cose. Addolorato quando ci parlava dei dolori di Gesù, come nel tempo di Passione..., era invece, direi, trasfigurato nel parlarci dei misteri di gioia, nelle solennità del S. Natale, Epifania, Pasqua, Pentecoste, SS. Trinità... Ci avrebbe voluto sempre più comprese di questi santi misteri.

Ci ripeteva sovente di meditarli, gustarli, goderli. E diceva: sono queste le nostre feste e le nostre soddisfazioni [17].

Le stesse sue conferenze mostrano come facesse oggetto di meditazione i testi della liturgia, che commentava ampiamente in modo sapienziale. Si percepisce che li viveva, li gustava, li meditava a lungo, li applicava alla vita. E questo si riverberava sulla celebrazione. Soleva dire: “Val meglio una funzione ben fatta che dieci confessioni affrettate, perché la funzione edifica tutto un popolo” (G. Cappella). Era accuratissimo ed esattissimo nella celebrazione, perché niente è piccolo per il Signore e la liturgia edifica i fedeli. Ma era convinto che questo non basta. Per raggiungere lo scopo è necessario che l'esteriore sia alimentato dalla fiamma interiore. Egli riusciva edificante, perché celebrava e si dedicava alla preghiera “grandemente compreso della loro importanza. Si vedeva chiaramente che attendeva al culto del Signore animato da un ardente spirito di fede” (E. F. Vacha). Altri confermano: “Era come assorto e si sarebbe detto che vedesse realmente il Signore»; “era facile arguire che egli viveva continuamente alla presenza del Signore”; “dimostrava uno spirito di fede ardente e la sua vivissima ed esemplare pietà” [18].

Il Fondatore dei missionari della Consolata ha affidato loro come speciale consegna ed eredità, di perpetuare il suo amore per la liturgia. In lui non si possono trovare le riflessioni che la Chiesa ha successivamente sviluppato sulla natura e il significato della liturgia. Ma rimane il suo esempio, che è già intuizione di quanto la Chiesa avrebbe ufficialmente proposto alla riflessione di tutti.

Essa ha promosso con il Concilio il rinnovamento della liturgia. Ma perché sia veramente attuato, non bastano i cambiamenti esteriori: è indispensabile che. ci si accosti alla liturgia con buone disposizioni interiori, vi sia consonanza tra parole e mente, gesti e cuore, vi sia la disponibilità ad accogliere il dono di Dio [19]. È necessario percepire la viva presenza di Cristo: è lui che opera, parla, è presente in modo vario e complementare nell'assemblea, nella parola, nei ministri ordinati, nella celebrazione dell'anno liturgico e dei sacramenti, e in modo unico e singolare nell'Eucaristia. t questo il punto forte della teologia liturgica, molto sentito nei primi secoli della Chiesa, ora felicemente riscoperto e proposto con insistenza. La liturgia è incontro vivo con Cristo, è percepirne la voce, il respiro, la grazia, è entrare nella sua opera di salvezza per esprimerla in una vita conforme al mistero celebrato. Per penetrare veramente nel mondo della liturgia, ci vuole la sensibilità dell'Allamano per la presenza di Cristo, la sua capacità di meditazione e assimilazione dei testi, la sua sintonia con il mistero celebrato, non solo nel momento celebrativo, ma nella vita che precede e segue.

L'Allamano fissa il suo occhio sulla Consolata. È la sua Madonna, colei che ha servito fedelmente nel suo santuario per 46 anni, di cui ha propagato il culto oltre le frontiere del Piemonte. È merito suo se la Consolata è venerata e pregata in molti Paesi dell'Europa, dell'Africa, dell'America e, presto, dell'Asia.

Il suo amore alla Madonna è ricco di sentimento. Ne parlava con una tenerezza indicibile, tutta filiale; “si entusiasmava tanto, da trasfigurarsi”; “si commuoveva grandemente, tanto era l'entusiasmo di affetto che il suo cuore nutriva per la Madonna” [20]. Non usciva mai di casa, senza essere prima passato a salutare la Consolata. Al sabato di passione e al Sabato Santo voleva essere presente alla velazione del quadro della Consolata e al suo scoprimento, per darle l'ultimo e il primo saluto. Non poteva stare lontano da lei. Pochi mesi prima di morire, durante un periodo di riposo a Rivoli, a un sacerdote che lo visitò, disse: “I preti del santuario mi hanno mandato qui in riposo ed io mi sento in esilio. Andando ella domani a Torino dica ai miei sacerdoti che io lontano dalla Consolata non posso vivere” (G. Griseri).

Sono atteggiamenti che rivelano sempre la ricerca di una presenza. Fin da seminarista si propose di partecipare alla Messa “in compagnia con Maria al Calvario”, di fare la comunione “con i sentimenti di Maria al momento dell'incarnazione”. Fece la sua consacrazione al Signore nel celibato per le mani di Maria. Visse la preparazione ai sacri Ordini “collo spirito di Maria nell'Annunciazione... meditando e imitando il suo vivere in quel tempo”. Salì l'altare “imitando e prendendo da Maria esempio del come regolarsi”. E, sintesi di tutto, il proposito: “Tutto per Gesù, niente senza Maria”.

Divenuto Rettore del Santuario della Consolata, entra più intensamente nella dimensione mariana. Tutta la vita scorre alla sua presenza: “la mise a parte di tutte le sue opere, tutto le confidò, si tenne sempre unito a lei e mai uscì dalla sfera del suo sguardo materno” (G. Nepote). Con fervore ne celebrava le feste. Amava recarsi spesso al coretto sopra il presbiterio, da dove poteva fissare il suo sguardo sul quadro della Consolata. Uno sguardo confidente e affettuoso del figlio per la madre. Uno sguardo che rasserena e dà fiducia. Egli stesso lo confidò ai suoi missionari: “Ringrazio la cara Consolata per le consolazioni con cui mi confortava quando ogni sera il mio cuore trepidante per voi e per l'Istituto pareva sentire che voi e l'Istituto erano sotto la sua speciale protezione, e nulla sarebbe accaduto di male sotto il manto di sì buona Madre” [21]. Forse il Signore premiò anche il suo anelito di contemplare il volto della Madre. Secondo una fondata tradizione, egli, miracolosamente guarito dalla malattia che lo colpì nell'inverno del 1900, avrebbe avuto in quell'occasione una visione della Madonna. Cosa che egli mai confermò, ma neppure smentì.

Al di là delle espressioni affettuose, è importante ciò che lo sguardo fisso su Maria rappresenta: il desiderio di averla sempre con sé, presente nella sua vita e nelle sue opere, essere “come una lampada che arde sempre alla sua presenza” [22], per esprimere il proprio affetto filiale e anche per imitarne le virtù. È l'aspetto più valido della devozione mariana. “Rendiamoci conto — diceva Paolo VI che Maria è presente nella nostra vita, è presente nel mistero di Cristo, è presente nel mistero della Chiesa, è presente in questa attualità del mistero di Cristo che siamo noi, che è la storia che viviamo” [23]. Infatti:

Quando la Chiesa predica, Maria è modello di quanti ascoltano, meditano, mettono in pratica la parola.

Quando la Chiesa prega e canta il suo Signore, in ognuno vi deve essere l'animo di Maria che magnifica ed esalta il suo Dio.

Quando la Chiesa porta Cristo al mondo e lo genera nelle anime, si ispira a Maria che lo ha dato al mondo e ha cooperato alla sua opera di redenzione. Nella sua attività missionaria la Chiesa prolunga la missione materna di Maria, affinché tutti gli uomini abbiano parte alla salvezza meritata per loro dalla morte di Cristo [24]. E l'Allamano diceva che “il desiderio proprio della Madonna è di salvare anime, cooperare perché il sangue del suo Divin Figlio non sia sparso invano. Ella ha voluto dare il suo nome al nostro Istituto, perché si salvino più anime che è possibile” [25].

Maria è presente quando si celebra il culto: è modello delle necessarie disposizioni interiori e della tensione a ciò che costituisce l'elemento tipico del culto cristiano: fare della propria vita un'offerta viva, santa, gradita al Padre, con la pronta disponibilità dell'Ancella del Signore. Quando la Chiesa guarda a Cristo come modello supremo, per rivestirsi dei suoi stessi sentimenti, è presente Maria che ripete: “Fate quello che vi dirà”.

Quando la Chiesa proclama il messaggio di liberazione e di consolazione, guarda a Maria che per prima ha ricevuto Gesù, consolazione del genere umano, e ha proclamato la sua fede nel Dio che innalza gli umili, difende gli oppressi, consola quanti credono nella sua parola.

Fissando il suo sguardo su di lei, l'Allamano ha vissuto queste dimensioni della presenza di Maria. Nel suo santuario ha creato un ambiente di fede, preghiera, ascolto della parola, e anche un centro di attività apostoliche e sociali. Attorno ad esso fiorirono varie associazioni, anche di operai e operaie. Dalla Consolata prese pure nome un Laboratorio, fondato dalle sorelle Franchetti, per la moralizzazione dell'ambiente della moda e per la difesa dei diritti umani e salariali delle sarte, dall'orario, al riposo festivo, alla pensione. Le sarte allora, a 'l'orino, erano circa ventimila e il Laboratorio della Consolata stabili sedi anche in altre città d'Italia. L'Allamano ne è considerato “confondatore” per i I consiglio, l'incoraggiamento e l'appoggio dato all'opera. Accoglienza e sostegno trovarono quanti si impegnavano nei nascenti studi sociali, nell'azione cattolica, nell'apostolato della stampa, nella fondazione di cooperative per l'aiuto dei più indifesi. L'Allamano formò, quindi, una schiera di missionari, ai quali propose di prestare attenzione, assieme alla predicazione del vangelo, alla promozione umana. Egli ritenne come “principio ispiratore di tutta la sua opera missionaria” quello che troverà scritto nel decreto di approvazione dell'Istituto: “Bisogna degli indigeni farne tanti uomini laboriosi, per poterli fare cristiani; bisogna mostrare uro i benefici della civiltà per tirarli all'amore della fede. Ameranno una religione che oltre alle promesse dell'altra vita, li rende più felici su questa erra”. .t il messaggio di consolazione che la presenza di Maria fa percepire in modo più vivo.

 

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[1] Cf. Conferenze, II, 538-548; III, 155-158.

[2] Ivi, II, 191.

[3] Ivi, I, 176.

[4] Cf. Introduzione di I. TUBALDO ai volumi delle Conferenze, I, XXI

[5] Cf. VS, 155-158.

[6] Conferenze, II, 275-276

[7] Cf. ivi, I, 264-265, 279; Testimonianze di G. Alberione e L. Sales.

[8] Cf. ivi, I, 156.

[9] Conferenze alle Suore, 19 maggio 1922.

[10] Ivi, I, 473, 577.

[11] Cf. Costituzione conciliare sulla sacra Liturgia, nn, 10 e 9.

[12] Cf. Decreto conciliare sulla vita e ministero dei presbiteri, n. 5.

[13] Istruzione sul culto del mistero eucaristico, n. 38.

[14] Conferenze, I, 432-433.

[15] Ivi, III, 810-811.

[16] Cf. ivi, II, 739.

[17] Testimonianze di Sr. F. G. Tempo, E. Bosia, G. Cappella.

[18] Lettera circolare del 1 ottobre 1923.

[19] Cf. Costituzione conciliare sulla sacra Liturgia, n. 11.

[20] Testimonianze di Sr. F. G. Tempo, Sr. Chiara Strapazzon.

[21] Cf. VS, 684-685.

[22] Discorso del 30 maggio 1975.

[23] Lettera circolare del 27 novembre 1903.

[24] Esortazione apostolica di PAOLO VI, Marialis cultus, n. 28.

[25] VS, 687.