“Il suo sguardo scendeva "intus” a scandagliare le pieghe dell'anima, spesso più impenetrabili delle foreste vergini. I suoi occhi andavano oltre il viso dei suoi interlocutori, spogliando le coscienze di ogni bardatura e mettendole a nudo come erano davanti a Dio. La sua intelligenza intuitiva, sintetica, arrivava subito all'essenza delle questioni” (Don Robione).
Uomo di Dio, l'Allamano aveva una rara capacità di entrare nei problemi degli uomini, di ascoltare, capire, dare il giusto consiglio. Secondo alcuni, “Dio l'aveva favorito di una speciale conoscenza delle coscienze, per cui leggeva nei cuori, dava consigli che assicuravano per il futuro” (P. Balma). Molte sono le testimonianze del tenore delle seguenti: “Per me fu la voce di Dio”; “ebbi tutta la fiducia possibile e mi sarei rimesso a qualunque sua decisione”; “una parola del Can. Allamano mi confortava e sollevava di più che le lunghe prediche di valenti predicatori”; “con poche parole sapeva rianimare, confortare e indurre al bene” [1].
In realtà, il suo confessionale era sempre assiepato di ogni sorta di persone. E, anche al di fuori del ministero sacramentale, era assediato a volte per tutto il giorno da persone che a lui ricorrevano per consiglio. Mons. G. B. Pinardi scrive che “ogni angustia di spirito, disorientamento nell'azione, perplessità a decidere, affluivano al Servo di Dio, da cui si ritornava sempre con una parola definitiva ed energica”. Un altro sacerdote, dice: “Godeva la fiducia di tutti, ma specialmente del clero; a lui si ricorreva con confidenza; si usciva dall'udienza con tranquillità. Furono innumerevoli i membri (del clero di Torino e del Piemonte che ricevettero dal can. Allamano consigli nelle cose dubbie, coni orto nelle pene e sostegno nelle avversità” (E. F. Vacha). Tra questi anche numerosi Vescovi, che lo consultavano sugli affari importanti e delicati del governo delle loro diocesi.
Mons. L. Rabbia, segretario del Card. G. Gamba, Arcivescovo di Torino, attesta che gli capitò “parecchie volte d'accompagnarlo al Convitto della Consolata per lunghi colloqui col Can. Allamano”. Tanto che quando l'Allamano morì l'Arcivescovo gli disse: “Adesso non c'è più nessuno a Torino cui rivolgersi per consiglio”. Avendogli il segretario fatto notare che vi erano anche altre persone, facendone pure i nomi, l'Arcivescovo lo interruppe: “No, no; non sono di quel peso”.
L'Allamano rivelò questa dote fin da quando era giovane Direttore spirituale in Seminario. Ecco qualche testimonianza:
“A lui si ricorreva con rispettosa familiarità, convinti come si era di avere consigli prudenti e maturi” (G. Perino).
“Quante vocazioni seppe egli conservare, impedendo a molti una cattiva fine. Dalla sua camera si usciva sempre rasserenati... Era di poche parole, ma di intuito fine e giusto, per cui ti entrava nell'anima e scopriva la piaga e preveniva il motivo del ricorso a lui, tenendo sempre pronta la parola, il consiglio desiderato, appropriato pel momento” (G. Peyretti).
“Giovane chierico ebbi qualche timore piuttosto vivo sulla strada da seguire. Venni condotto dal compianto canonico cui esposi candidamente la mia situazione spirituale e le insorte obiezioni. Con una serenità e sicurezza mirabile sciolse una ad una le varie difficoltà, mi pose la tranquillità nel cuore, parve conoscermi a fondo in pochi istanti. Uscii da quel colloquio sereno, tranquillo, e le sue parole mi accompagnarono paterne nei vari momenti della vita. Era un consigliere provetto, prezioso perché conoscitore di anime” (A. Cantono).
Più ancora, alla Consolata. “Parve che in lui si riaccendesse la luce che si era eclissata colla scomparsa del suo venerato zio, il Beato Cafasso, dal quale aveva ereditato quella perspicacia, frutto di niente eletta, di profonda penetrazione dei cuori e (li intima unione con la Divina Sapienza, che lo tenero in modo eminente, l'uomo del consiglio. Si può applicare a lui ciò che le testimonianze al Processo di Beatificazione asseriscono del Beato Cafasso: per avere consigli dal Servo di Dio si, accorreva da tutte le parti” [2].
Da questo carisma molte vocazioni sbocciarono, sii tre furono salvate; numerose iniziative di apostolato presero avvio. Don Orione, Madre Michel, Don Alberione, il Murialdo, non sono che esponenti dei molti che ricorsero al suo appoggio e al mito consiglio determinante per le loro opere.
Siamo certamente di fronte a un dono di Dio. Ma un dono che si costruisce sullo sviluppo di qualità naturali e soprannaturali.
Mente aperta. Il vangelo è novità. È fermento che si inserisce nella realtà umana sempre mutevole, la vivifica, e la trasforma. Nello stesso tempo, l'attività pastorale della Chiesa si avvale degli apporti della cultura, della società, come della scienza e della tecnica. Gli uomini apostolici, specialmente i Fondatori, sanno cogliere la novità, capire il cammino della storia. Hanno occhi ben aperti sulle esigenze del tempo. E le loro opere ringiovaniscono la Chiesa e sono di beneficio alla convivenza umana. L'Allamano non ha teorizzato, ma è stato uomo attento. Nulla rifiutò di quanto poteva servire a rendere più efficace e rispondente ai bisogni del tempo l'azione della Chiesa. Fornì i suoi missionari dei mezzi più moderni, dalla turbina idraulica alla macchina fotografica. In diocesi sostenne i cattolici che si impegnavano a far sentire la loro voce nella vita pubblica e da molti erano guardati con diffidenza. Quanti operavano per incidere cristianamente sulle nuove realtà, lo trovarono di “tale larghezza di vedute da meravigliare chiunque”, “uomo dalle vedute vaste”, “dalle idee sociali molto larghe e di perfetto equilibrio”, uomo che rifletteva “senza lasciarsi superare dal tempo”[3]. Per questa larghezza di vedute, unita all'equilibrio, volentieri si ricorreva al suo consiglio.
Carattere riflessivo. Tale si dimostrò fin da giovane. Si allenò alla meditazione e al discernimento, per cui sapeva trovare il modo di risolvere le questioni e superare le difficoltà. Curava i particolari, sia nelle grandi imprese, come la scelta del campo di lavoro dei suoi missionari o il loro equipaggiamento, sia nelle cose ordinarie, come la preparazione di una celebrazione, di un incontro. Non agiva mai all'impensata, ma ponderava tutto seriamente prima di prendere una decisione, dare un consiglio, avviare una iniziativa. “In tutti i momenti più decisivi della sua vita, come in tutte le iniziative, la norma seguita dal Servo di Dio era questa: riflettere, pregare, consultare, e poi agire con illimitata fiducia nel divino aiuto” (L. Sales). Anche quando si trattava di vocazioni, nessuna precipitazione. Racconta P. Gays, uno dei primi membri entrati nell'Istituto: “Ricordo quando mi presentai a lui per essere accolto nell'Istituto. Mi accolse molto paternamente, senza peraltro dimostrare soverchio entusiasmo, pur essendo contento della mia domanda. Mi disse: preghiamo entrambi onde si manifesti la volontà di Dio. Fra una settimana torni a prendere la risposta”. Lo stesso comportamento ebbe anche con gli altri.
Indole sensibile. Sapeva immedesimarsi nella situazione dell'altro, in modo da esserne veramente partecipe. Gli diventava, quindi, spontaneo trovare le parole adatte. Riuscivano di consolazione perché non erano studiate o di circostanza, ma frutto di amore e di partecipazione vera. Spesso era chiamato al capezzale di ammalati, di moribondi, di persone disperate o impenitenti, che avevano rifiutato altri sacerdoti o che richiedevano soltanto lui. In un caso, il prof. Bellini, incontrato presso un collega gravemente infermo, commenta: “Fui lieto di conoscere un sacerdote così pio, buono, gentile, affettuoso, caritatevole. Egli si trattenne con me, colla famiglia, specialmente coll'ammalato con paterna pietà e dicendo a tutti frasi di coraggio e di santa rassegnazione. Il Canonico lasciò la casa prima di me e io potei costatare l'effetto di grande pace e rassegnazione e di vera miglioria fisica e morale che la visita gli aveva procurato”. Ricercatore della verità. Conscio che le questioni hanno molte sfaccettature, che una sola persona non può cogliere, ricorreva al confronto con gli altri. Accettava con semplicità e docilità suggerimenti e indicazioni che gli venivano dati, anche dai più giovani. Ricorda G. Cravero: “Ciò che mi colpiva nei nostri colloqui era il vedere con quanto interesse ascoltava e accoglieva anche i miei apprezzamenti alle volte diversi dai suoi. Con tutto il rispetto sì, ma anche con franchezza esponevo il mio punto di vista che egli, per nulla cambiando il suo modo paterno, ragionava, accoglieva le mie obiezioni, ammetteva di non essere abbastanza bene informato e commentava: vedi, vedi come ho bisogno di sapere le cose”.
Spirito di fede. Egli ebbe la capacità di vedere il Signore in tutti gli eventi, nelle cose, nelle persone. “Dominus est!”, è l'espressione frequentemente colta sulle sue labbra, con la quale faceva rientrare tutto nell'ambito della fede. Perciò, in ogni circostanza, anche le più critiche e dolorose, si mantenne sempre calmo e sereno, non ispirandosi a criteri umani. Questo stesso spirito di fede sapeva trasfondere negli altri, e da esso traeva la forza e la decisione nell'agire. Quando si trattava di prendere decisioni, si assicurava la garanzia che viene dalla parola del Superiore. Diceva: “Nelle opere di Dio bisogna procedere così: pregare, per conoscere la volontà di Dio, consultare, consigliar. vi e soprattutto l'ubbidienza alle disposizioni dei Superiori” [4]. Così, si comportò in ogni incombenza: nell'assumere il sacerdozio, nelle varie mansioni in Diocesi, nella fondazione missionaria. La riflessione e l'apporto personale trovarono nella parola del Superiore il segno della volontà di Dio. Agiva, quindi, con decisione e serenità, senza ripensamenti: “Le cose bisogna pensarle – diceva – esaminarle, e quando si è sicuri di fare la volontà di Dio, costi anche sangue, bisogna farle”. E ancora: “Bisogna vivere di fede. Allora la stessa responsabilità anche delle cose più importanti svanisce, perché si pensa che noi siamo nulla, ma con Dio siamo onnipotenti”.
Questa capacità di riflessione, di attenzione alla realtà, di ricerca nella preghiera e nel consiglio degli altri, unita a uno spiccato spirito di fede, spiega la riuscita delle sue opere. Da qui viene la sua sicurezza nell'agire e nel consigliare.
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[1] Testimonianze di R. Gallea, C. Gianoglio, G. Griseri, G. Giacobbe e altri.
[2] ANONIMO, in Il Santuario della Consolata, 6, 1932, 27-28.
[3] Testimonianze di G. Boschis, M. Monsterolo, B. Caselli, GB. Pinardi.
[4] Conferenze, I, 333-334.