Se l'Allamano godette tanta fiducia e confidenza fu anche per la sua sincerità e schiettezza. Aveva il culto della verità, se ne era fatto un dovere. Attesta L. Sales: “Era assolutamente incapace di mendacio, l'aveva in orrore... A noi diceva che non gli piacevano neppure le restrizioni mentali. Su questo fu con noi severissimo; compativa una mancanza fatta ad occhi aperti, ma la menzogna, il sotterfugio, non li poteva sopportare”. Era comprensivo, ma voleva sincerità. Ed egli stesso la praticava.
Sincero con gli altri. Sapeva dire la verità senza tanti eufemismi o giri di parole. La parola che doveva dire la diceva a tutti con libertà e sincerità. “Aborriva assolutamente dall'ipocrisia e dalla bugia; diceva sempre la verità con franchezza e senza paura, anche quando poteva dispiacere ad altri, osservando peraltro in queste contingenze la regola della più schietta carità” (G. Barlassina).
Qui sta il segreto della sua grande capacità di amicizia, anche con persone di carattere diverso. Poté collaborare e stringere una fraterna amicizia con il Camisassa, proprio perché erano diversi, ma con la promessa, sempre mantenuta, di dirsi sempre la verità.
Sentiva fortemente il senso della responsabilità, dovere di un superiore animare, sostenere, compatire, ma anche richiamare e, se necessario, correggere. Sapeva benissimo, e ne ebbe l'esperienza, che a volte sarebbe più comodo fingere di non vedere, lasciar correre per non creare suscettibilità o inimicizie. Ma con la diplomazia non si rende un servizio né alla verità né alla carità. Correggere – diceva – “è una cosa che costa, ma è un dovere, e piaccia o non piaccia bisogna farlo... Guai al Superiore che non ha il coraggio di correggere. Quante volte la perdita dello spirito nella comunità viene da questo, da superiori deboli... Il Superiore deve rendere conto a Dio di tutti i suoi sudditi... è una responsabilità terribile, eppure quando è necessario, quando i Superiori ce la danno, bisogna prendersela” i. Per questo egli “aveva la più grande fama di bontà, ma occorreva fare il proprio dovere, altrimenti sapeva farsi sentire. Ed è perciò che forse qualcuno l'ebbe a ritenere severo, perché la sua bontà non era debolezza” (G. Facta). Anche nel dare consigli, si può essere tentati di assecondare le aspettative del richiedente, piuttosto che manifestare quanto non gli sarebbe gradito.
Così facendo, non lo si aiuterebbe. In questi casi, l'Allamano “si faceva serio, fissava l'occhio suo sull'interlocutore” e senza tentennamenti diceva quanto sentiva in coscienza di dover manifestare. Interrogato come avesse avuto il coraggio di riprendere o di dare un ammonimento invece che “girare la questione o scansare di dare una risposta che avrebbe forse potuto ingenerare il pensiero che fosse duro di cuore, diceva: Oh! miei cari, certo è più comodo solleticare l'amor proprio e fare buon viso a tutti. Ma cosa dice lo Spirito Santo? Noli fieri iudex si non vales irrumpere in iniquitatem” (G. Cappella).
Sincero con i Superiori. Per l'Allamano il Superiore è la voce di Dio. Ad essa si rimise con semplicità e fede. Ma senza servilismo. Rispettò i suoi superiori, ebbe verso di loro confidenza, soprattutto fu sincero. Il Vescovo della sua ordinazione, Mons. Gastaldi, fu un pastore dal governo fermo. L'Allamano l'amò come padre e maestro e ne ricordò gli insegnamenti per tutta la vita. Però, non ebbe timore di essere sempre schietto con lui. Non soltanto in cose marginali, come quando l'Arcivescovo insinuava velatamente la difficile situazione economica del santuario della Consolata. Al che, prontamente, l'Allamano chiarì di essersi reso conto che non v'erano mezzi neppure per cominciare, Ma anche nelle cose più delicate. Quando il Vescovo gli impose come condizione per riaprire il Convitto di avere la responsabilità dell'insegna mento della morale, che era stato la causa della chiusura, l'Allamano dovette accettare, precisando all'Arcivescovo che non avrebbe adottato i suoi trattati. Più ancora, con grande franchezza gli fece presente la situazione di tensione che si era creata in diocesi con il provvedimento accennato della chiusura del Convitto. L'Arcivescovo ebbe a dirgli: “mi è piaciuta la tua sincerità”, e gli permise di riaprire i battenti dell'Istituzione, sanando una grave frattura in Diocesi e provvedendo in modo più conveniente alla formazione dei giovani sacerdoti.
Allo stesso modo si comportò con il successore del Gastaldi, nonostante avesse con lui minore confidenza. Egli stesso confidò a uno che fu suo missionario, lodandolo per la sua sincerità: “io amo questa sincerità, e a dirtelo qui tra noi, anch'io col Card. Alimonda ero franco e sincero e dicevo le cose come le vedevo e non mi è piaciuto parlare diversamente da quello che era il mio pensiero” (G. Cravero).
Nel Card. Richelmy, suo compagno di scuola, l'Allamano ebbe oltre che un superiore, un amico che lo sostenne e incoraggiò nelle iniziative intraprese alla Consolata e nella fondazione degli Istituti missionari. Ma, proprio in forza dell'amicizia, non mancava di fargli presente quanto riteneva giusto. Lo aiutò anche moralmente, lo sostenne nel superare gli scrupoli, nel vincere la timidezza che lo rendeva restio a prendere provvedimenti necessari. E il Richelmy lo amava, ricorreva spesso a lui, ma anche “lo temeva per la sua grande sincerità e per la libertà con cui disapprovava la doppiezza e con cui dichiarava la verità e postillava le cose” (E. Bosia). Sincero con se stesso. Esaminando gli scritti personali dell'Allamano seminarista, si è colpiti dalla decisione con cui si propone di tendere alla santità:
Voglio occuparmi dell'unico affare: farmi santo [1] ed esserlo nella via ordinaria, compiendo tutto con perfezione. Di qui una costante attenzione a se stesso, ai difetti, ai comportamenti da tenere, alle virtù da acquistare. Il seguito della vita è segnato da un continuo cammino ascensionale, attestato da molti testimoni: “si vedeva in lui uno studio continuo di perfezionamento” (A. Bertolo). “Osservandolo continuamente – afferma F. Perlo – potei notare in lui un continuo progresso nelle virtù fino a raggiungere una ammirevole perfezione, che produceva profonda impressione in quanti lo avvicinavano”.
Alla base di questa tensione alla santità vi è l'anelito alla comunione con Dio, ma anche un desiderio, sentito come un dovere, di autenticità: essere quello che si deve essere; uniformare la vita al proprio stato, alla missione sacerdotale. Diceva: “Non voglio essere sul candelabro solo per fare fumo”; “Voglio essere conca e non solo canale”.
Seminarista, scriveva: “Non è stare in seminario che faccia santi, ma il fare tutte le cose che debbonsi fare e nella maniera che vanno fatte”. E in prossimità dell'ordinazione: “Non ti basti ben cominciare il ministero sacerdotale, ma bisogna proseguirlo e finirlo bene”. Così, tutto il suo impegno di formatore ruota attorno al concetto che per riuscire efficaci apostoli, è necessario rendersene adatti. Ai suoi missionari e missionarie, con diverse tonalità, toccherà sempre lo stesso tasto: farsi santi, per essere veri missionari. “Non abbiate fretta di partire per le missioni — esortava —. Che ne sentiate vivo il desiderio di andarvi è giusto, perché è lo scopo per il quale siete venuti e al quale dovete tendere; a questo mira tutta l'educazione che viene impartita in questa casa. Ma non basta partire: alla partenza bisogna essere preparati sia riguardo alla scienza, e più riguardo alla virtù”. “Non bisogna avere fretta a lavorare per la salute delle anime; prima dobbiamo santificare noi e, fatti santi, potremo compiere la nostra missione tra le genti e con gran frutto” [2].
Questo è un impegno di sempre e non soltanto del periodo della formazione. Il sacerdozio, la missione, esigono un dinamismo continuo per essere all'altezza del proprio compito, per saper rispondere a situazioni nuove. Perciò, “non dire: mi contento di essere così... mi contento di essere buono... Bisogna andare fino all'eroismo” [3]. “Nessuno dica: ormai sono nell'Istituto, è belle e fatto; sono nell'Africa, sono un missionario. No, avanti con entusiasmo sempre più, per farci santi e salvare molte anime” [4]. Il nome, lo stato non bastano: occorre essere di fatto quello che si deve.
Per essere veri, occorre ancora non accontentarsi della materialità. L'Allamano ha sempre paura dell'adempimento formale dei propri doveri. Egli insiste perché si vada “allo spirito”. Non basta essere poveri, ubbidienti, casti; non basta pregare, essere sacerdoti, missionari; occorre averne lo spirito. Non si accontenta che si faccia del bene, ma vuole che questo sia fatto bene, con perfezione e costanza. Non è sufficiente stare assieme, uno accanto all'altro, per formare una comunità: è necessario sentirsene parte viva e interessata, essere “uno per tutti e tutti per uno”, formare un solo corpo morale, una sola pasta. t necessario, cioè, immedesimarsi totalmente con quello che si deve essere, con la vocazione abbracciata, con quanto si ha da compiere. Solo così, pensieri, parole e opere sono veramente conformi agli ideali ai quali si ispira la propria vita. Solo così si è veri. E tali l'Allamano vuole i suoi missionari. Lo lasciò scritto nel Regolamento che diede loro, ricordando riguardo alle norme in esso contenuto che “non basta osservarle con materiale esattezza. Quello che più conta si è farlo con affetto e ardore, operando in tutto con grande prontezza e con quello slancio dell'animo che dà vita ad ogni azione”.
Non è che il riflesso di quanto egli viveva. Attesta, infatti, G. Nepote: “Ritengo che abbia praticato tutte le virtù in grado eroico, dal fatto che perseverò in così gravi e numerosi doveri, ai quali attese con costanza, prontezza e perfezione, e per tanti anni”.
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[1] Conferenze, I, 448-449.
[2] Cf. Ivi, I, 131-133; 26-27; III, 311-312.
[3] Ivi, II, 83, 62.
[4] Ivi, I, 272.