Ieri [22 dicembre 1915] è venuto il nostro Cardinale per fare gli auguri di Natale. Presenti si trovavano pure cinque profughi, cioè quattro sacerdoti tirolesi e un sacerdote della zona di Gorizia.  (cfs,I, 261)

Tutti, vedete, la supplicano [la pace], tutti la vogliono, ma non tutti usano i mezzi necessari per ottenerla. S. Em. il Card. ricevendo gli auguri di quelli del convitto, una volta sessanta o settanta, ed ora solo più sei o sette, sono distrutti più che i nostri, più che la nostra famiglia, c’è qualche invalido, e cinque profughi, del Tirolo, ma più verso Trieste, perché sono stati internati tutti anche i parroci in Piemonte, perché hanno timore che tengano per l’uno o per l’altro, e invece sono brava gente che tengono per la pace.  (cfm,II, 453)

In Seminario di Torino sono 16 teologi; vi sono più professori a momenti! E noi in Convitto!?... Non apriamo neppure il convitto! Ho detto a S. Em.: Che cosa faremo del Convitto? - Ma, non saprei! Ve ne sono tre del secondo anno: Uno bisogna toglierlo, perché me lo son tenuto - (parole di S. Em.); l’altro è vicecurato in una parrocchia lassù... Resta un Convittore! E’ del primo corso. [...] In tutto il complesso il Convitto si estende a uno; e noi per tutto questo lasciamo stare. Ho detto al Cardinale: mi rincresce, vorrei tenere il fuoco acceso, che non si debba dire che dopo cento anni si è rotto per un anno. Ma tuttavia si farà un po’ di scuola, e quelli che possono verranno, quelli che possono solo qualche giorno, verranno solo qualche giorno... e Mons. Castrale dice: Verrò, e quando ci sarà da fare scuola la faremo, altrimenti avrò fatto un po’ di passeggio, una visita alla Consolata.  (cfm,II, 742-743)