Quando la prima volta il Can. Boccardo era andato a Roma per il processo del Venerabile, un giorno che ero solo sono andato a vedere questo seminario [Istituto dei SS. Pietro e Paolo].
Non c’era il Rettore; ed io ho domandato: “Ma alcuno almeno ci sarà. Potrei parlare con alcuno?”. E mi hanno detto che c’era un Missionario venuto allora dalle Missioni; ed io gli ho esposto il mio caso. Era Mons. Bonzano. Io gli ho parlato della mia intenzione sulle Missioni; gli ho detto che io avrei formato dei soggetti e poi li avrei mandati a lui. E lui mi ha detto: “No, faccia una cosa sola, a parte”. Ed io sono ritornato senza sapere che cosa fare, e fu poi allora che fui ammalato e si è fatto questo. Un’altra volta poi sono andato a Roma e l’ho trovato e lui mi ha detto: “Vede che ho fatto bene a darle quel consiglio?”
Mons. Bonzano è poi stato nostro Procuratore finché restò a Roma ed ora lo è Mons. Barlassina.
Mons. Bonzano la faceva praticamente ora Mons. Barlassina lo è in modis et formis. (cfm,II, 113)
Dieci anni fa avevo incorso una gravissima malattia che mi portò fino alle porte del Paradiso, d’onde fui ricacciato qui in terra, perché non era ancor degno; il nostro Card. Arcivescovo veniva a trovarmi quasi tutte le sere, e siccome avevamo già parlato di questa istituzione, gli dissi: “Sicché ormai all’Istituto pernserà un altro” e lo diceva contento; forse per pigrizia di sobbarcarmi ad un tal peso. Egli però mi rispose: “No, guarirai, e lo farai tu”. E son guarito. Andai poi a fare la convalescenza a Rivoli, e là, il giorno di S. Felice da Sigmaringa (di cui sono sempre divoto in modo speciale, fin dal Seminario) posi sull’altare una lunga lettera in cui si decideva la fondazione: celebrai la Messa in onore del Santo, indi andai ad impostare la lettera che inviavo al Cardinale Arcivescovo. E fu decisa la fondazione: in quell’anno si licenziò la scuola normale di figlie che era alla Consolatina, e l’anno seguente si cominciò effettivamente l’Istituto con pochi: l’8 maggio dell’anno appresso partiva la prima spedizione composta di Mons. Perlo, P. Gays e due coadiutori: quindi dalla prima partenza sono solo 8 anni, ma dalla fondazione sono dieci anni.
Or vedete quante grazie ci ha conceduto il Signore in questo primo decennio: grazie generali a tutto l’Istituto, e particolari a ciascun individuo; sicché oguno può dire: Singulariter sum ego. I profani ed anche le persone buone sono meravigliati di tale rapido progresso, e Mons. Tasso, Vescovo d’Aosta, l’avete udito anche voi ha detto che quest’opera è nata “gigante”. Veramente è nata molto piccola, ma certo il Signore l’ha ricolma di grazie straordinarie: prima la Missione indipendente (ché prima non eravamo a casa nostra), poi, saltando il grado di prefettura, il Vicariato, e con questo il Vescovo; infine l’approvazione papale dell’Istituto, la quale, d’ordinario, non si usa concedere sì presto.
[...] Nelle opere di Dio bisogna procedere così: pregare, per conoscere la volontà di Dio, consultare, consigliarsi, e soprattutto (ben marcato) l’ubbidienza, la disposizione dei superiori. Perciò quando venni a Torino a prendere la risposta di quella lettera (nella quale, disse il Card., aveva accumulato più ragioni contro che pro il suo sobbarcarsi tale onere), dissi al Cardinale: “Dunque - in verbo tuo laxabo rete?” - “Sì”! - Allora se l’opera facesse cifris sarebbe il Signore che mancherebbe. Ma il Signore non manca: finora ci ha sempre provveduto tutto il necessario..., ci ha fatto stentare un pochino talora, ma solo per farci toccare con mano che è da Lui solo che vien tutto. (cfm,I, 332-334)
Questo Mons. Demichelis aveva fondato un collegio di maestre, che studiavano e le teneva quasi gratis; ma poi non corrispondevano, e l’ha poi lasciato. Un giorno lo trovo per Torino, mentre andavo, e veniva anche lui, al funerale del Can. Nasi (ne avrete già sentito parlare di quest’uomo). L’ho salutato perché lo conoscevo, ma solo di vista. Egli mi ferma e mi dice: Sa, io voglio togliere quel mio collegio. - E perché? - Sono già stucco; solo per mantenere i professori mi costa 10 mila lire all’anno, e non va più. - Ci ho detto: “Ma abbia pazienza ancora un poco... - Oh, non va più, non va più...”. Fatto sta che un giorno, mi ricordo una domenica, mi vengono a chiamare in fretta, che questo Mons. Demichelis è malato e vuole che vada a vederlo. Vado subito, e arrivato là non era ancora proprio fuori dei sensi, infatti mi ha ancora conosciuto, ma non parlava più. Pensavo che volesse una benedizione della Consolata, e gliela ho data; poi stavo lì. Lui mi prendeva per il braccio; si vedeva che aveva qualche cosa da dirmi, ma non poteva. Allora la serva tira fuori un foglio e me lo dà, dicendo che il malato aveva detto di consegnarlo a me. Io lo guardo e vedo che era il testamento. Dicevo: ma io qui c’entro mica niente. Ecco che mentre stavo pensando come mai andasse quella faccenda, entrano i medici. Allora io mi ritiro nell’altra camera. Naturalmente il foglio era stato nelle mie mani, ma senza che ancora l’avessi letto. Mentre stavo aspettando dico tra me: sarà meglio che lo legga, così quando andranno via i dottori, se c’è qualcosa che mi riguarda, potrò parlare. L’apro, e vedo che mi lascia erede di tutte le sue sostanze. Sono rimasto stupito, e non sapevo come spiegare quella cosa. Intanto i dottori vanno via, ed io posso di nuovo entrare dal malato. Provo a fargli dire qualche parola di spiegazione, ma faceva solo qualche gesto; parlare non poteva. Allora mi faccio dare una penna ed un pezzo di carta, e gli faccio cenno se poteva scrivere qualche cosa. Lui prende la penna e scrive: (tremava tutto, ma ha scritto in modo che si poteva leggere) “Abbia pazienza”. Quando ho letto quello ho detto: qui c’è niente a fare. Avrò pazienza e aspetterò. Così mi ha lasciato la casa della Consolatina, questa di Rivoli (l’aveva sua sorella, e l’aveva lasciata a lui solo sei mesi prima). Quel biglietto l’ho ancora adesso: non è tanto ben scritto, ma si capisce ancora.
Quando ho detto questo al Cardinale, mi ha detto: “Vedi? Il Signore ti manda la casa. Che vuoi ancora per conoscere che è volontà di Dio?” - Perché io per voi avevo già affittato un alloggio, e poi naturalmente, l’ho di nuovo lasciato. Voi che siete giovani ricordatevi di queste cose. (cfm,III, 242-243)
[In occasione del pellegrinaggio dell'Istituto all'urna del Beato G. B. Cottolengo, poco dopo la sua Beatificazione, nel Bollettino "La Consolata", settembre 1917, a pag. 125 erano riportate alcune parole pronunziate dal Fondatore.]
"E come attestato della mia riconoscenza per le tante benemerenze delle Vincenzine Missionarie avevo da tempo deliberato, e tutto era già predisposto, perché una rappresentanza di esse venisse dall'Africa ad assistere in Roma alla Beatificazione del loro venerato Padre; ma le terribili insidie che la guerra semina sulle vie del mare sconsigliarono di esporle a tanto pericolo. A supplirle pertanto in qualche modo nel nobile e pietoso ufficio siam oggi venuti noi, fortunati di farci interpreti dei sentimenti di divozione e di venerazione che esse avrebbero effuso davanti alle reliquie glorificate del loro Beato Fondatore".
[...] Nei giorni in cui doveva prendere la definitiva decisione per fondare l'Istituto, sebbene il suo progetto già avesse avuto ineccepibili incoraggiamenti, pure egli era ancora in certi momenti turbato da quelle assillanti perplessità ed ansie, che sempre persistono quando si tratta di decisioni di grande importanza e conseguenza. In tali interiori agitazioni se ne venne un dì alla tomba del Venerabile Cottolengo, raccomandandosi al suo patrocinio per essere sempre meglio illuminato sulla volontà di Dio. Nell'atto stesso della preghiera sentì in cuore un vivissimo conforto: una pace, una luce completa si diffusero nel suo spirito; per cui, dissipato ogni dubbio e vinta ogni titubanza, si pose senz'altro animosamente all'opera. (cfs,II, 115-116)
Oggi è la festa del B. Cottolengo. [...]
Prima d'incominciare l'Istituto io sono andato a pregare sulla sua tomba. Naturalmente ho dovuto pregare e poi consigliarmi e ciò ho fatto non solo coi galantuomini di questo mondo, ma anche coi Santi. Gli ho detto: "Ho da fare questo Istituto o no? Veramente avrei più caro di non farlo; la mia pigrizia vorrebbe quello. Anche voi avreste fatto tanto volentieri il Canonico, eppure avete fatto questo. Dunque, devo farlo o non farlo?". Quel che mi abbia detto non lo dico a voi. (cfs,III, 67-68)
Di questo santo [S. Fedele] il nostro Istituto deve essere devoto, e considerarlo come speciale patrono con S. Fr. Zaverio e S. Pietro Claver. Fu egli infatti il primo martire dei missionari di Propaganda...; per noi poi nel giorno della sua Festa l'anno... a Rivoli... Se volete, aggiungete anche la mia speciale predilezione per lui, sin da chierico...; forse appunto nelle previsioni di Dio in vista del futuro... (cfs,I, 124 msc)