[vol. II, pp. 457-459, n. 181]
J. M. J.
Rivoli, 6 aprile 1900
Eminenza,
Mentre mi trovo solitario in Rivoli, la mia mente ed il mio cuore naturalmente si portano a Torino, alla Consolata, al Convitto ed all’Istituto della SS. Annunziata. Ed a riguardo di questo Istituto, pensando al suo avvenire, maturai alcune riflessioni che sottopongo al Tuo giudizio.
Si dovrà continuare l’opera di formare maestre; oppure converrà mutare indirizzo, ed impiegare l’eredità di Mons. Demichelis di santa memoria in altro scopo migliore?
Nel passato l’Istituto educando figlie di civil condizione, e formando le maestre cristiane, ha fatto molto bene alla religione ed alla società. Al presente quanto poco è il bene che si può fare. Le attuali leggi scolastiche hanno chiaramente per fine di distruggere gl’Istituti privati; perciò contro di essi si praticano tante vessazioni, è richiesta una turba di professori; è poi somma la difficoltà di riuscire negli esami. Intanto s’aumentarono le scuole governative o pareggiate, nelle quali le alunne più facilmente ottengono buoni esami, e poscia impiego. Ogni cittaduzza, che lo voglia, può ottenere una scuola normale pareggiata, così Chieri e Bra.
Ciò spiega come da parecchi anni l’Istituto contenga poche alunne, e nel corrente anno sono sette, come già l’anno passato.
Ora sarà conveniente spendere tanti denari, per così poche allieve, essendo necessario quasi lo stesso personale direttivo ed insegnante come per molte alunne? Nel passato anno alle poche pensioni dovetti aggiungere più di seimila lire oltre l’uso gratuito del locale. Nel scorso estate tentai di creare un convitto per figlie, che dimorando nell’Istituto frequentassero le scuole pubbliche; a tal fine feci stampare e spedii molte circolari; ma una sola alunna si presentò. Bisogna anche notare che a questo scopo la casa è situata troppo lungi dalla scuola Berti, che dovrebbero frequentare...
Trattandosi di mutare la direttrice e tutto il personale, come mi consigliano degni Sacerdoti, conoscenti della Casa, e come già fu trovato opportuno dal Tuo Segretario il momento è propizio di risolversi per la continuazione o per cambiar natura all’Istituto.
Se si dovesse dare altra destinazione alla Casa, quale opera sarebbe da intraprendere? Se dovessi secondare un antico mio desiderio, inclinerei per la fondazione di un Istituto di Missionari esteri; ed eccone le ragioni:
1. La volontà presunta di M. Demichelis, il quale forse perciò mi lasciò suo erede. Invero due anni prima che morisse, incontrandolo tutto desolato per l’andamento del suo Istituto, e vistolo deciso, per motivi detti sopra, di chiuderlo, io l’esortai a provare ancora un poco, che se poi veramente vedesse di spendere inutilmente le sue sostanze, gli avrei consigliato un’altra opera. Egli volle ad ogni costo sapere quale fosse quest’opera, ed io gli proposi un Istituto di Missionari. Lo lasciai esortandolo a fare ancora un po’ di prova. Venuto a morte, fra le carte del medesimo, trovai pure scritta la nostra conversazione di quel giorno.
Pensai meco stesso se non sia stata questa la cagione di avermi lasciato erede; non so altrimenti spiegarmi perché mai abbia avuto fiducia in me, il quale non frequentavo né lui, né il suo Istituto. Al che pare pure alluda nel testamento dove chiaramente parla di cambio d’indirizzo e ne dà piena libertà all’erede.
2. Le principali città d’Italia posseggono un Istituto di Missioni estere, es. Roma, Milano, Napoli, Genova, etc.; solamente Torino, dove fioriscono tante opere di carità, ne resterà priva? Hanno missioni i Salesiani, ma per loro questo è fine accidentale, essendo i collegi e l’educazione della gioventù il loro vero scopo. E poi essi si servono dei giovani da loro allevati, e difficilmente entra fra i Salesiani chi fu educato fuori delle loro case. Non tutti anche per andare nelle Missioni, vogliono fare i soliti voti religiosi.
3. Eppure con l’esperienza acquistata in tanti anni impiegati nell’educazione del Clero, debbo confessare che molte volte mi occorse di trovare vere vocazioni alle Missioni. Vari Chierici e Sacerdoti entrarono in Istituti fuori del Piemonte, e ne abbiamo fra i Lazzaristi, fra quelli di S. Calocero di Milano, di Verona, di Genova, di Piacenza e fin di Algeri. Ma se alcuni a malincuore si decisero di arruolarsi fra gente di diversa indole fra cui sarebbero sempre come secondari, molti per tali motivi abbandonarono la vocazione, e vivono con questo puro desiderio. Ciò prova il movimento che di questi giorni si manifestò, fra i giovani Sacerdoti, di andare in America; dove partirono quattro nello scorso anno; e già altri cinque ne fanno istanza presso il R. C. Sorasio. Per me questo indirizzo non mi consola, temendo che vi entri molto l’interesse essendo ben stipendiati; e per il danno spirituale in causa dell’isolamento in cui si trovano colà, senza una mano paterna che li diriga. Se invece si formasse una schiera di Missionari piemontesi, uniti in date regioni, guidati da Superiori e che lavorassero non per arricchirsi, ma per il solo amore delle anime, a questo giusto indirizzo si appiglierebbero i veri chiamati. Lo stesso Card. Simeoni, quando era Prefetto della Propaganda, manifestò a me questo desiderio.
Ecco, Em. quanto anche a scarico di mia coscienza e per la maggior gloria di Dio pensai di manifestarti. Rifletti alla cosa presso il Signore, e ritornando fra non molto a Torino deciderai il da farsi.