[vol. III, pp. 685-690, n. 330]
Ad majorem Dei gloriam
Torino, 27 novembre 1903
Carissimi figli in N. S. G. C.,
Nel ripensare ai benefici che il Signore ha fatto al nostro istituto in tre anni dalla sua fondazione e in poco più di un anno dall’inizio delle missioni, mi sento dal profondo del cuore mosso ad esclamare con l’Apostolo: «Benedictus Deus et Pater D. N. J. C., qui benedixit nos in omni benedictione»: benedetto Iddio e Padre di N. S. G. C. il quale ci benedisse con ogni benedizione. Sì, sia ringraziato il Signore, che fece nascere e crescere il piccolo seme e lo irrigò di tante sue grazie, talché promette di diventare un grande albero, che porterà copiosi frutti di vita eterna.
Rivolgete, o cari, il pensiero a quel tempo in cui la nostra casa accoglieva nel suo seno pochi alunni, e per un anno quale germe nascosto sotto terra non dava sentore di sé, e pareva agli occhi umani che dovesse morire prima di nascere. Però l’esito non poteva mancare, perché l’opera era ispirata da Dio e da Lui protetta, al quale solo se ne dà la gloria.
Partiti voi quattro primi per l’Africa nel maggio 1902, unicamente fidenti in quel Signore che manda in ogni tempo i suoi apostoli, aveste la consolazione di vedere come aperta la via dinanzi a voi e di trovarvi in un campo inaspettato, che la nostra celeste Patrona, la Consolata, teneva riservato ai suoi figli. Certamente come primi ed inesperti avete dovuto sostenere dolorose prove spirituali e corporali, ma pure quante consolazioni avete provato in mezzo alle vostre fatiche, e di quante grazie non fu cosparso il vostro cammino! Voi mi scrivevate che tutti i vostri atti e gli stessi sbagli erano dal Signore rivolti in bene vostro e dei poveri neri, sicché vi pareva di vivere in un’atmosfera soprannaturale. Trovaste speciale bontà nel Ven.do Vicario Apostolico e nei Padri dello Sp. S., propizie le autorità civili, e specialmente abitanti d’indole buona ed un clima temperato e salubre. Aggiungete a queste grazie concessevi quelle tante altre che ciascuno in particolare ha ricevuto dal giorno della partenza sino al presente, e poi ditemi se non v’è proprio da ringraziare il buon Dio per l’abbondanza delle sue benedizioni!
Mentre voi vi affaticavate costì per la gloria di Dio, e io trepida vo nel timore di dovervi lasciare a lungo soli e senza coadiutori, il Signore dava uno sguardo di speciale affetto all’opera sua, e come in altro tempo mandò S. Bernardo e i suoi compagni a consolare l’Abate S. Stefano e a popolare la solitudine di Cistercio, così benedisse i vostri primi sacrifici, chiamando all’istituto un nucleo più numeroso di sacerdoti, di chierici e di fratelli, desiderosi di partecipare al vostro apostolato e ai vostri meriti. È certamente cosa meravigliosa che in così breve tempo e contro ogni umana previsione si siano potute organizzare tre spedizioni e già sono partiti otto sacerdoti, due chierici, quattro fratelli e otto suore. E ora che vi scrivo si sta ordinando la quarta spedizione di tre sacerdoti, due fratelli e dodici suore, mentre maggior numero di alunni qui attendono nella preghiera, nello studio, e nei lavori manuali, a formarsi allo spirito dell’istituto, anelanti di partire presto per l’Africa. – Io ringrazio il Signore che si degnò gradire le meschine mie fatiche e la sollecitudine quotidiana che mi addossai alla sua maggior gloria ed alla salute dei poveri infedeli. Ringrazio la cara Consolata per le consolazioni con cui mi confortava quando, ogni sera, versando il mio cuore trepidante per voi e per l’istituto, pareva farmi sentire che voi e l’istituto erano sotto la sua special protezione, e nulla sarebbe accaduto di male sotto il manto di così buona Madre.
Appena ricevuta questa lettera in ogni stazione si canti il Te Deum, possibilmente con la Benedizione del SS., e si reciti per nove giorni sette Ave Maria ed una Salve Regina.
Siccome però non v’è opera buona che vada esente da prove, dobbiamo pure noi aspettarcele. Una prova già venne con la morte della cara suor Editta, un vero modello di suora missionaria. Ma questo tentativo del demonio sarà a suo maggior danno, perché siamo certi che, con la sua andata in Paradiso, abbiamo acquistato una speciale protettrice.
Alcune prove non mancheranno in tempo più o meno lontano: prepariamoci con virtù sode e apostoliche. Sinceramente io non mi sento il coraggio di domandare al Signore persecuzioni perché vi conserviate costanti nello spirito della vostra vocazione, come fece il grande S. Ignazio per la sua Compagnia. Se le tribolazioni saranno necessarie al nostro istituto il Signore le permetterà, e ci darà la grazia di sopportarle con fortezza e a maggior nostro profitto. Se però alla gloria di Dio e al maggior nostro bene saranno convenienti le tribolazioni, io prego che queste provengano dal mondo o dal di fuori dell’istituto, non dall’interno e dai suoi membri per mancanza nei medesimi delle virtù proprie del nostro stato. Non avvenga che nei soggetti manchi lo spirito di fede, di carità, di sacrificio e di umiltà, virtù indispensabili al vero missionario.
1°) Spirito di fede. Ognuno tenga sempre dinanzi agli occhi della mente l’ad quid venisti? Non per motivi umani siete venuti in Africa, ma solo per farvi più santi e con voi salvare molte anime, e così meritarvi il paradiso riservato agli Apostoli. E ciò otterrete se praticamente e in tutte le circostanze della vita procurerete di avere di mira Dio solo-Deus meus et omnia; se ogni vostra azione, ogni parola e pensiero saranno informati ai dettami della fede. Ognuno dica a se stesso con l’Apostolo: «Mihi vivere Christus est».
2°) Spirito di carità. L’ultimo ricordo che diedi a voi primi che partiste, e che rinnovai ai secondi e ai terzi era questo: che vi amaste come veri fratelli in N. S. G. C., che: «sol non occidisset, non dico super iracundiam vestram», ma neppure sulla minima mancanza d’amore vicendevole. Le notizie pervenutemi finora mi assicurano che siete cor unum et anima una, e quanta sia la mia consolazione non ve lo posso esprimere.
Una particolare raccomandazione devo farvi ora riguardo alla carità verso cotesti poveri neri. Amateli questi infelici, trattateli con bei modi, vincendo per amore delle loro anime la ripugnanza che vi ispirassero i loro tratti grossolani, e non perdendo la pazienza quando, per ignoranza o testardaggine, non corrispondono ai vostri desideri. E qui lasciate che vi confessi il vivo dolore che provai nel rilevare dai diari e dalle lettere, che più d’una volta non si trattarono con viscere di carità cotesti poveretti, e che talora si spinse l’impazienza fino ad alzare le mani e batterli. Vi accerto che ne fui addo loratissimo e ne provai una pena inesprimibile. A quelli che commettono queste durezze dico che non comprendono lo spirito di Gesù Cristo: «nescitis cuius spiritus estis».
Sentite come ci scrive nella sua prima Enciclica il N. S. Padre Pio X: «Perché però da questo apostolato e zelo di insegnamento si raccolga il frutto sperato ed in tutto si formi Cristo, si rammenti bene ognuno, o Venerabili Fratelli, che nulla è più efficace della carità. Imperocché il Signore non trovasi nella commozione. Indarno si spera di attirare le anime a Dio con uno zelo amaro: che anzi il rinfacciare duramente gli errori, il riprendere con asprezza i vizi, torna sovente più a danno che ad utilità. L’Apostolo, è vero, esortava Timoteo: Accusa, prega, riprendi; ma soggiungeva pure: con ogni pazienza. Certo, Gesù cotali esempi ci ha lasciato. Venite, così troviamo aver egli detto, venite tutti voi che siete infermi ed oppressi, ed io vi consolerò. Né altri intendeva per quegli infermi e oppressi, se non coloro che sono schiavi del peccato e dell’errore. Quanta invero fu la mansuetudine di quel Maestro divino! Quale tenerezza, quale compassione verso ogni fatta di miseri! Ne dipinse stupendamente il cuore Isaia con quelle sue parole: Porrò sopra di lui il mio spirito; non contenderà né leverà la voce, non ispezzerà la canna già scossa, né estinguerà il lino che fumiga. La quale carità, paziente e benigna, dovrà protendersi a quelli eziandio che ci sono avversi e ci perseguitano. Siamo maledetti, così S. Paolo di sé protestava, e benediciamo, siamo perseguitati e tolleriamo, siamo bestemmiati e preghiamo. Essi forse appaiono peggiori di quello che veramente sono. La convivenza con gli altri, i pregiudizi, gli altrui consigli ed esempi, e finalmente una vergogna mal consigliata li hanno trascinati nel partito degli empi: ma la loro volontà non è poi così depravata come essi stessi cercano di far credere. Chi ci toglierà di sperare che la fiamma della carità cristiana non abbia a dissipare le tenebre dei loro animi e ad apportarvi il lume e la pace di Dio? Tarderà forse il frutto delle nostre fatiche: ma la carità non si stanca mai nell’attendere, memore che Dio prepara i suoi premi non già all’esito delle fatiche, ma alla buona volontà».
L’ammaestramento del Papa sul modo di trattare i cristiani traviati si applica ancor meglio a ciò che dovete fare voi verso cotesti poveri infedeli. Operando altrimenti, porreste ostacolo alla loro conversione e sarebbe un frustrare l’unico scopo per cui siete venuti in Africa.
Per questo, e per le gravi conseguenze che ne deriverebbero alle nostre missioni, proibisco assolutamente in virtù di santa obbedienza qualsiasi atto manesco verso i poveri neri, e cioè di percuotere, maltrattare e anche solo di minacciare sia gli adulti che i ragazzi tanto estranei che dipendenti. Anzi, esigo che ogniqualvolta sfuggisse un atto simile, chi ne è colpevole si umilii chiedendone perdono al Superiore e ai confratelli, promettendone emendazione. E su questo punto non ammetto scusa o motivo in contrario.
3°) Spirito di Sacrificio, che forma la sostanza della vita del missionario.
Chi dice missionario dice un uomo totalmente sacrificato; e tale lo concepiste voi nelle vostre aspirazioni alle missioni. So bene quanto avete da soffrire per i lunghi viaggi, per i riposi incomodi e specialmente per il vitto, ma qui sta la fonte dei molti vostri meriti nell’adattarvi alle privazioni degli agi della vita civile, e ai cibi e bevande solo possibili in cotesti paesi.
Non per altro faceste voto di povertà, la cui perfezione sta nel contentarsi del puro necessario, rassegnandosi e anche godendo di mancare talora dello stesso necessario. Appartiene pure alla povertà il tenere conto scrupoloso delle cose dell’istituto come di cosa sacra, della quale il Signore vi chiederà stretto conto e l’incuria delle medesime o la troppo facile consumazione, provocano, da parte di Dio, sterilità e cessazione di provvidenza.
4°) Spirito di umiltà. Questa virtù a tutti necessaria, è tanto più necessaria a voi per essere strumenti idonei nelle mani di Dio alla conversione degli infedeli.
Non siete venuti costà che per servire il Signore, e in quel posto e in quelle occupazioni che vi assegna l’ubbidienza. Ogni membro ha parte ai meriti del corpo, e più felice chi serve al Signore in posto più umile e meno appariscente.
Leggete ciò che dice l’Autore dell’imitazione al libro II capo II.
È questa la prima volta che vi rivolgo la mia parola in comune; accettatela con il cuore di chi ve la scrisse, conservate questa lettera presso di voi per rileggerla sovente, specialmente nel giorno del ritiro mensile, e procurate di metterla esattamente in pratica. La nostra dolcissima Patrona la Consolata vi benedica come io di tutto cuore imploro mattino e sera, affinché in voi e in me si compia la volontà di Dio. In Domino