[vol. IV, pp. 276-282, n. 420]

Torino, 6 gennaio, Festa dell’Epifania, 1905

Ad maiorem Dei gloriam

Carissimi Figli in N. S. G. C.,

L’anno fortunato delle nostre feste centenarie è finito e il cuore è tuttora ripieno di soave commozione per gli ossequi tributati alla nostra Celeste Patrona. Torino, il Piemonte, anzi moltissimi da ogni parte d’Italia e dall’estero parvero un cuor solo e un’anima sola nel venerare e invocare la SS. Vergine Consolatrice. La relazione delle feste fatta nel Periodico non dà che una pallida idea dell’entusiasmo generale di quei santi giorni ai piedi della Venerata Immagine.

In sì mirabile concerto non poteva mancare, e non è mancato, l’ossequio dei figli beniamini della Consolata. Preparativi con fervorosa novena e con il digiuno della vigilia; voi cercaste nella povertà delle vostre Cappelle di celebrare la faustissima ricorrenza con la maggior possibile solennità. Un sacrificio ben doloroso fu certo per voi l’essere così lontani dal caro Santuario e non poter rimirare la Santa Effigie adorna delle nuove corone. Ma appunto perché così sentito questo sacrificio deve esservi stato ricambiato dalla Vostra Madre con speciali benedizioni per ciascuno di voi, per l’Istituto e per queste amate popolazioni. Se i chierici vostri confratelli furono giustamente orgogliosi di assumersi in quei giorni la rappresentanza di voi ai piedi della Consolata, io me ne feci un dovere specialissimo. Lasciai in certo modo da parte le altre mie attribuzioni per non ricordare che la mia qualità di padre di questa nuova Famiglia, e come tale vi presentai tutti assieme, e ciascuno di voi in particolare, a quella buona Madre chiedendole istantemente non tanto l’incre mento materiale dell’Istituto, quanto la grazia che continuasse anzi crescesse in voi la volontà e l’impegno di santificare voi stessi, mentre zelate la conversione dei poveri infedeli.

Che questo studio della propria santificazione, grazie a Dio, sia stato finora in cima ai vostri pensieri, me lo provano le sapienti conclusioni delle vostre conferenze del passato marzo. Il vostro caro Superiore di costì, vi avrà già detto quanta consolazione io provai nel leggere quelle deliberazioni e nel constatare che lo Spirito Santo vi aveva in ciò visibilmente assistiti ed illuminati. Rilette poi e meditate a mio agio quelle risoluzioni le trovai pienamente meritevoli della mia approvazione. Con esse avete cominciato ad attuare quel disposto del Regolamento che prescrive appunto si vadano man mano fissando le norme di vita e di azione apostolica che l’esperienza suggerisce come più adatte al conseguimento del vostro scopo.

Le norme dunque il Signore ve le ha ispirate, l’importante è ora il metterle in pratica con esattezza e con perseveranza. Anche su questa osservanza ebbi finora notizie assai confortanti; permettetemi tuttavia che io insista sulla piena e costante loro esecuzione. Certo che l’esperienza suggerirà ancora variazioni e aggiunte. Queste saranno discusse e deliberate nelle conferenze di quest’anno; ma per il momento, e fino a nuove istruzioni del vostro Superiore, è indispensabile che ognuno si attenga strettamente alle disposizioni fissate, e non si permetta di fare varianti, né con l’idea del meglio, né con la scusa che i metodi stabiliti non danno i risultati che si speravano.

Se nell’atto pratico a qualcuno paresse utile qualche cambiamento non conviene che lo faccia di sua iniziativa, ma ne riferisca al Superiore di costì e ne attenda la decisione.

Una raccomandazione che credo pure utile farvi è quella del buon uso del tempo. È lo Spirito Santo che ce lo dice: Fili, serva tempus. Ora il tempo si può perdere oziando, e questo son certo che non avverrà mai ad alcuno di voi, o con il non impiegarlo utilmente e ordinatamente. Il vostro genere di vita costì è tanto diverso da quello cui eravate abituati in patria, che facilmente potete esserne come disorientati, e trovare difficile il seguire un certo ordine nelle vostre occupazioni. Se questo però è difficile, non è impossibile con un po’ di buona volontà e con la grazia di Dio. Primieramente quest’ordine vi è indicato nell’orario quotidiano: fatevi un impegno d’eseguirlo puntualmente e direi scrupolosamente, salvo il caso di veri impedimenti. Quest’osservanza deve essere ogni volta il primo argomento dell’esame particolare a mezzodì e alla sera. Sopravvenendo poi impedimenti alle opere di ministero designate dall’orario, come nelle giornate piovose, converrà osservare un certo ordine e discernimento nelle cose da intraprendere. Non è bene appigliarsi lì alla prima occupazione che viene in mente, ma conviene riflettere un momento quale fra le varie cose da intraprendere sia più importante e più urgente in riguardo allo scopo unico della vostra permanenza costì. Quid hoc ad aeternitatem? Si domandava prima di ogni azione da fare quel santo monaco, e così dovrebbe in certo modo dire ognuno di voi prima di mettere mano a qualsiasi occupazione: che cosa serve questo al fine del mio apostolato?

Fra le opere di maggior importanza io credo vi sia lo studio della lingua indigena, che se a prima vista può parere facile per le parole indicanti cose materiali, dev’essere assai difficile per le idee astratte e massime per quelle di ordine soprannaturale. Eppure il pieno possesso della lingua è indispensabile per riuscire nel vostro ministero spirituale, ed è per questo che io ve ne inculco vivamente lo studio serio e continuo in tutti i momenti liberi da altre occupazioni.

Altra cosa che ha più importanza di quel che sembri a prima vista, e per la quale vi esorto a trovare il tempo anche nei giorni di maggior lavoro, è la compilazione del diario; ma in modo che serva allo scopo per cui il regolamento lo prescrive. A tal fine attenetevi a queste norme: il primo giorno di ogni mese si riporti l’ordine delle azioni quale è fissato nell’orario, oppure stabilito da ciascuno di voi per quelle cose che l’orario lascia alla discrezione di ciascun Superiore di Stazione. Se avrete seguito l’orario, non fa bisogno di dirlo ogni giorno, invece se qualche punto dell’orario non poté essere osservato, lo si indichi, accennando anche il motivo; se cioè per salute o cattivo tempo e simili. Ma quel che è più necessario riportare nel diario sono le abitudini e le idee degli indigeni a misura che venite a conoscerle, e le vostre relazioni con essi. Poi riferire in qual modo questi accolgono le vostre parole, quali impressioni fanno su di essi; le loro conversazioni; i loro detti, le interrogazioni ed obiezioni che vi fanno sulle verità della fede. Così, per esempio, so che dappertutto curate ammalati e spesso in bel numero ogni giorno. È impossibile che ciò si faccia senza scambio di discorsi interessanti. Sarà la storia che diede origine al loro male, le cure già tentate da essi, la fiducia o sfiducia che dimostrano alle cure vostre e come accolgono le parole di interessamento dei loro mali, e gli insegnamenti religiosi che avete loro fatto. Che dire dei battesimi ai bambini? Grazie a Dio se ne fecero già, in tutte le Stazioni, eppure in nessun Diario ci sono dei dettagli un po’ minuti su questi fatti di tanta importanza e che sarebbe così utile far conoscere ai Benefattori.

Mi è impossibile enumerarvi qui ciò che dovete dire; vi basti ricordare ciò che fanno ordinariamente le cronache dei giornali e le minute descrizioni che sogliono dare dei fatti che succedono. Sicuramente che questo non si pretende per tutti gli incontri che vi succedono nella giornata, ma almeno sia fatto e completo di quelle cose che sono più originali e un po’ interessanti. Anzi, a proposito del diario non approvo che sia fatto abitualmente, come usa qualcuno, la sera dopo cena: questo è nocivo alla salute, quindi bisognerà trovare qualche ritaglio di tempo per farlo prima di cena.

Altro lavoro d’importanza al quale occorre attendere anche, se fosse necessario, con qualche sottrazione di tempo alle opere del ministero, è l’accudire al buon andamento dell’orto. (Vedi Regol., capo IV, artic. 19). Ogni Missione deve avere, se la località lo permette, un orto di tale estensione che possa abbondantemente fornire la verdura per tale stazione. Il sito e l’estensione dell’orto desidererei che fossero fissate dallo stesso Superiore Teol. Perlo per ciascuna Missione, e che senza il suo permesso non si facciano cambiamenti di posto. Ivi poi sarà cura del Superiore locale d’intercalare le semine così da avere ortaglie e legumi continuamente secondo il bisogno. Stare quindi attenti a fare in tempo le semine e i trapianti, farne togliere le male erbe, innaffiare, provvedere i ripari per difendere l’orto dall’istrice e da altri nemici, usare i rimedi che l’esperienza suggerisce contro gli insetti e altre cause che possano danneggiare il raccolto. Ho voluto venire a questi dettagli perché mi accorsi dai diari che queste attenzioni non sono sempre osservate, e quindi non si trae partito di una risorsa locale che può portare un bel risparmio sulle spese quotidiane di mantenimento. D’altronde è anche certo che nutrendovi almeno in parte delle verdure e cibi a cui eravate assuefatti in patria, dovete avvantaggiarne nella salute.

Vorrei ancor farvi due raccomandazioni che credo più utili al presente: La carità e la perseveranza. Della carità, e più specialmente della mansuetudine da usare nel trattare con gli indigeni vi ho già parlato altra volta, e con molta insistenza, per cui spero non abbiate bisogno che ritorni su ciò. Soltanto vi ripeto che essa mi sta estremamente a cuore, e che desidererei fosse questo uno dei proponimenti da rinnovare ogni mattina nella santa meditazione. Quella che ora intendo inculcarvi è la carità vicendevole. Con il moltiplicarsi delle persone crescono anche le diversità di apprezzamenti, perché tutti abbiamo la nostra testa, come si dice, e specialmente molta dose di amor proprio che ci inganna senza che ce ne accorgiamo. Da qui la tentazione di disapprovare internamente il modo di pensare e di agire dei confratelli e talvolta perfino dei Superiori. State attenti contro questa tentazione, perché il giorno in cui cominciassero le critiche vicendevoli, segnerebbe tosto la sterilità delle vostre fatiche, e sarebbe il principio della dissoluzione dell’Istituto. Se nell’esame di coscienza la sera vi troverete difettosi su questo punto rimediatevi subito con un buon proponimento e ritrattando anche, se occorre, le parole di critica che vi fossero sfuggite.

Un altro motivo di tentazione contro questa carità vicendevole può essere la designazione degli impieghi fissati dall’ubbidienza, parendo che ad altri siano dati impieghi più importanti o più comodi, e che non si sia tenuto conto dei meriti di ciascuno. Alla vostra partenza voi avete promesso di sacrificarvi totalmente per amore delle anime, sottoponendovi a qualunque disagio, contentandovi di qualunque ufficio, pur di riuscire a santificare voi stessi ed il prossimo.

Non dimenticate mai queste generose risoluzioni, anzi rinnovatele ogni volta che l’invidia o il malumore verranno a tentarvi. E non dovete offendervi se io vi faccio questa raccomandazione, poiché questa stessa tentazione si manifestò subito con il nascere della Chiesa, malgrado il fervore dei primi convertiti; per cui S. Paolo credette necessario insistere ripetutamente contro di essa, e lo fece con il grazioso paragone delle varie membra del corpo umano e relative attribuzioni. Consultate la lettera ai Romani al Capo 12 v. 4 e specialmente la 1ª ai Corinti Capo 12 v. 12 e seguenti. Questo riflesso d’essere tutti membra d’un corpo solo e che ogni membro, anche il meno nobile, concorre a formare la mirabile armonia del corpo umano, deve essere di particolare incoraggiamento ai fratelli quando sono applicati a lavori materiali. Essi ricordino sempre che anche questi loro lavori sono vere opere di apostolato in pro dei poveri infedeli, e che, se fatte con fede e con impegno, saranno premiate da Dio allo stesso modo delle opere spirituali.

L’ultima raccomandazione che volevo farvi è la santa perseveranza. Dopo un anno, due e anche più dacché si fatica in questo campo apostolico il non vedere ancora spuntare quei frutti di conversione che vi aspettavate può essere una forte tentazione di scoraggiamento. Il Card. Lavigerie, che di Missioni ben si intendeva, scrive che «questa apparente sterilità dell’apostolato è una delle sofferenze più penose per il missionario, principalmente nel principio di una Missione. Infatti è sempre cosa lunga e difficile il far cambiare un popolo e condurlo dall’errore alla verità, dal vizio e dalla barbarie alla civiltà e alla virtù. Quindi se il missionario arriva con illusioni troppo comuni ai caratteri generosi, se crede che basterà il farsi vedere per attirare coloro che lo ascolteranno, il parlare per convertirli, avrà presto dei disinganni che lo faranno scoraggiare».

Eppure non dev’essere così. Primieramente non è vero che i frutti ottenuti siano tanto scarsi; grazie a Dio s’è già ottenuto molto, e, ve lo dico sinceramente, più di quel che io sperassi, avuto riguardo all’affrettata preparazione di quasi tutti voi. Questi frutti non sono tutti palesi a voi, come la madre che ha sempre il bambino sott’occhio non s’avvede quasi del suo crescere di statura, ma pure vi sono già; primo fra tutti la benevolenza e confidenza che vi acquistaste dagli indigeni mediante le cure loro prestate; poi, come appare dai diari, un interessamento sempre crescente per quanto fate e dite: cosa assai significativa e di molto buon indizio per chi sa l’abituale apatia dei poveri neri. Anche in battesimi di bambini in punto di morte il Signore vi ha consolati oltre la mia aspettazione. Dunque, invece di lasciarvi abbattere, cominciate con il ringraziare vivamente la nostra Madre Consolatrice che ha benedetto le vostre fatiche con benedizioni che dobbiamo dire veramente eccezionali, avuto riguardo a quel che io so avvenire in altre Missioni principianti.

Ma poniamo pure che il frutto non corrisponda alle fatiche, forse che per questo dovreste disanimarvi? Ricordate sempre che ognuno riceverà la mercede secundum proprium laborem, e non secondo il risultato ottenuto. Nelle vite dei Santi quanti esempi non abbiamo di fatiche apostoliche straordinarie e perseveranti senza che essi avessero in vita la consolazione di raccoglierne i frutti. Questi seminarono senza la consolazione di mietere. E se così pure dovesse essere di voi, il che spero non sia, «persuadetevi anzitutto fermamente», come scriveva il Cardinale Lavigerie, «che ciò che si domanda al missionario non è tanto il buon successo, quanto la fedeltà ai suoi doveri», e che l’essenziale si è che lavorando costanti adempiate la volontà di Dio e che possiate dire come Nostro Signore: Meus cibus est ut faciam voluntatem Eius qui misit me, ut perficiam opus Eius (Joann. IV. 34). Dunque sempre avanti, coraggiosi, zelanti, instancabili, fisso continuamente il pensiero al grande premio che Dio riserva a chi avrà operato e ammaestrato secondo le parole di Gesù Cristo: Qui fecerit et docuerit hic magnus vocabitur in regno coelorum.

La benedizione della Consolata che v’imparto di cuore vi confermi nei santi propositi e vi ottenga la grazia di praticarli con purità d’intenzione, fervore e perseveranza.

Vostro aff.mo in Gesù Cristo