[vol. V, pp. 407-412, n. 650]
Torino, 2 ottobre 1910
Festa dei S. Angeli Custodi
Carissimi Figli in G. C.,
È tempo che risponda alla carissima vostra lettera collettiva, tutta ripiena di santa letizia e di spirito apostolico.
Dite bene che l’anno passato fu per il nostro Istituto l’anno d’oro per le grazie straordinarie che il Signore ci ha concesso. Per quanto vi abbia potuto riferire il carissimo Mons. Vicario, non poté certamente esprimervi tutta la realtà; e io più volte ho desiderato di avervi tutti a Roma e a Torino. Avreste visto il Santo Padre, tutto bontà e quasi dimentico della Sua dignità, occuparsi dei minimi particolari del nostro istituto e delle nostre missioni. L’avreste sentito esclamare con le lacrime agli occhi, che noi consolavamo la Chiesa, la quale, mentre perdeva in Europa tanti figli ingrati, veniva compensata in Africa da molti fervorosi neo-cristiani. Similmente parlarono gli E.mi Cardinali Gotti e Vives, e quei molti che a Roma ci portano speciale affetto. A Torino poi fu una festa continua attorno al Neo-Vescovo, incominciando dal dì di sua consacrazione sino alla di lui partenza, giunta per noi troppo presto.
Ripetiamo quindi che l’anno 1909 fu e sarà per il nostro istituto l’anno d’oro, unitamente agli anni della sua fondazione e della erezione del Kenya in Missione indipendente. Ma la grazia più grande ricevuta nel passato anno è l’approvazione dell’Istituto e delle Costituzioni, come quella che lo stabilì su solide basi e lo elevò alla dignità di vera Congregazione, con tutti i diritti propri delle Congregazioni approvate dalla S. Sede.
È il Signore che in sì breve tempo, nonostante la nostra pochezza, operò tante meraviglie: a Domino factum est istud, et est mirabile in oculis nostris. Per tanti favori dobbiamo essere riconoscenti a Dio da Cui proviene omne datum optimum et omne donum perfectum. Ringraziamo la cara nostra Patrona, la SS. Consolata, che ci tratta da vera Madre e munifica Regina.
Dopo, i nostri ringraziamenti siano per il S. Padre e per i nostri Superiori; né dimentichiamo la turba dei nostri amici e benefattori, i quali tanto ci aiutarono ad ottenere questi felici risultati. Preghiamo per loro ed offriamo per essi al Signore il merito delle nostre fatiche apostoliche. Ma non dobbiamo fermarci qui. Voi mi scriveste che, compresi dalla grandezza dei benefici fattici dalla S. Chiesa, vi sentite animati a corrispondere sempre maggiormente alla vostra sublime vocazione. È ben giusto il vostro proposito. La vocazione del missionario è sublime perché è la continuazione della stessa Missione di N. S. Gesù Cristo, di quella degli Apostoli e dei santi missionari che vi precedettero. Questa vocazione vi eleva sopra i cristiani, i religiosi e gli stessi sacerdoti dei nostri paesi, ai quali non è dato di far conoscere e amare Dio da tanti che mai l’avrebbero potuto conoscere e amare. Dei missionari specialmente sono dette le parole di nostro Signore: Vos estis, qui permansistis mecum in tentationibus meis; et ego dispono vobis... regnum... ut sedeatis super thronos... Quale consolante promessa e quale premio!
Come corrispondere a sì sublime vocazione. Meditate e praticate ciò che sta scritto nel primo capitolo delle nostre Costituzioni: avere di mira primieramente la propria santificazione, e secondariamente l’evangelizzazione degli infedeli. Si sbaglierebbe colui che si desse intieramente ai lavori di Missione, e trascurasse l’orazione, la pratica delle virtù, e l’osservanza dei santi voti e delle Costituzioni. Dio, sebbene abbia promesso di essere con i suoi Apostoli tutti i giorni sino alla fine dei secoli, solo concede una speciale assistenza a chi sta con Lui unito di mente e di cuore. Solamente chi vive come S. Paolo in N. S. Gesù Cristo potrà ripetere: Omnia possum in Eo qui me confortat. Questa unione con Dio ci farà cercare la pura sua gloria e riconoscere praticamente che è Egli che opera per nostro mezzo ogni bene; e allora il Signore non metterà limiti alla concessione delle Sue grazie per la nostra santificazione e la conversione degli infedeli.
Con queste disposizioni datevi toto corde et omnibus viribus all’opera dell’evangelizzazione. È per questo speciale fine che per farvi santi sceglieste la via delle missioni, preferendo il nostro istituto a tante altre Congregazioni che attendono ad altri ministeri.
Ma perché il vostro lavoro ottenga tutto il frutto desiderato, deve avere tre qualità: sia perseverante, concorde e illuminato.
Non chi bene incomincia, ma colui che persevera con costanza riceverà frutto dal suo lavoro, e solamente chi durerà attivo sino alla fine avrà il premio degli Apostoli. Non avvenga quindi di qualcuno di voi, che dopo aver operato con ardore, per qualche contrarietà o malessere si raffreddi od intiepidisca, e quasi pentito della sua vocazione sospiri a ciò che generosamente ha lasciato per amore di Dio e delle anime. Voi non siete di quelli che cercano di presto rimpatriare, ma piuttosto temete di riceverne il comando, desiderosi di non perdere parte del tempo destinato a salvare anime. Stimo tuttavia utile riferirvi ciò che a questo proposito scriveva il P. Gioachino Llevaneras Procuratore delle Missioni dei Cappuccini. «I missionari, dice, che sono continuamente divorati da uno zelo ardente per la salute delle anime, che hanno il rinnegamento apostolico alla carne e al sangue; in una parola i missionari attaccatissimi pro Deo et propter Deum alle Missioni, stanno di buon animo nella nuova patria, più vicina alla patria celeste, ed amano gli abitanti come nuovi cittadini, nuovi fratelli, anzi come figli amatissimi. Tutti costoro, imitatori della perseveranza apostolica non mai si allontanano, né desiderano di allontanarsi dai luoghi di missione se non costretti dal comando della santa ubbidienza; è dolce per essi perseverarvi sino alla morte, e così fra i concittadini e figli spirituali avere un sepolcro apostolico: ex quo defuncti adhuc loquantur».
Altro carattere del lavoro di missione è la concordia. L’unione di mente e di cuore, mentre rende leggera la fatica, fa la forza e ottiene vittoria. Guai al missionario che, tenace del proprio giudizio, non sa rinunciare alle proprie viste per accettare cordialmente quelle della maggioranza dei compagni e più ancora quelle dei superiori. Egli lavorerà invano e forse distruggerà il bene fatto dagli altri. Una falsa stima di se stessi e della propria scienza fa credere a taluni di veder meglio e di avere più zelo dei confratelli, i quali invece, avendo maggior conoscenza dei luoghi e delle persone, procedono con maggior prudenza e operano veri frutti a bene duraturo. Lavorate concordi e Dio benedirà le comuni fatiche.
Vengo al terzo carattere del vostro lavoro, che chiamo illuminato riguardo al metodo da seguire. Il decreto della S. Sede nell’approvazione del nostro Istituto, le attestazioni di S. Propaganda e le stesse parole del Papa dichiarano il metodo del nostro Apostolato. Bisogna degli indigeni farne tanti uomini laboriosi per poi poterli fare cristiani: mostrare loro i benefici della civiltà per tirarli all’amore della fede: ameranno una Religione che, oltre offrire le promesse dell’altra vita, li rende più felici su questa terra.
In passato, alcuni si permisero di criticare il nostro metodo di evangelizzazione, quasi ci occupassimo troppo del materiale con pregiudizio del bene spirituale; si diceva che bisognava predicare e battezzare e non occuparsi di altro. Ma, dopo la pubblicazione del decreto di approvazione e le conferenze di Monsignore e di P. Gabriele mutarono parere, e molti di buona fede lo confessarono. Ci serva di esempio il celebre P. Ricci della Compagnia di Gesù, il quale, per penetrare nella Cina e ottenere colà credito a sé e ai missionari e quindi aprirsi la via della conversione di quelle genti, incominciò con l’insegnare le matematiche, con il comporre mappamondi e orologi solari: cose che lo resero stimato e benemerito, e poi creduto per quanto insegnava sulla fede cristiana. A chi in Europa lo criticava, come perdesse il tempo impiegandolo nelle scienze umane, rispondeva: Io per me stimo più questo punto che aver fatto diecimila cristiani. E veramente, sebbene lui vivente si battezzassero solo due mila cristiani, la parola di Dio giunse a molti milioni di pagani, e dopo solo pochi anni dalla di lui morte si contavano già quaranta mila i cristiani.
Ma perché io dico queste cose a voi, che volenterosi passate i mesi e gli anni in questa segheria o fattoria, senza mai stancarvi, anzi contenti e sicuri di fare così il miglior apostolato? Voi ben comprendete che sarebbe per ora inutile una vera predicazione, che bisogna seminare la parola di Dio in modo più piano e quasi casuale, durante il lavoro e con frequenti catechismi. La vostra Kerera intanto si sparge nei villaggi, e voi troverete a poco a poco in tutta cotesta gente penetrate le verità della nostra santa Religione, e con la grazia di Dio preparate a ricevere il santo battesimo. Ecco il metodo vero per la conversione di tutto il bel Vicariato del Kenya.
Finisco con il rallegrarmi con voi delle vostre ottime disposizioni a rendervi e a conservarvi degni missionari. Questa è la più desiderata ricompensa che io e il caro Vice-Superiore ci aspettiamo dalle nostre sollecitudini. Il Signore confermi i santi propositi che avete fatti negli Spirituali Esercizi, e con la Sua grazia li renda efficaci. Così facendo la nostra SS. Consolata continuerà a benedire alle vostre fatiche, susciterà nuovi aspiranti alla Casa Madre per venire in vostro aiuto, e cercherà continui benefattori per far fronte alle ingenti spese di cotesta Missione e di quelle che la Divina Provvidenza si degnerà di affidare in avvenire al nostro Istituto.
La carità di N. S. Gesù Cristo sia sempre con il degno Vicario Apostolico, con voi tutti sacerdoti e coadiutori, con le buone Suore, con i novelli cristiani e neofiti e con l’intera Missione del Kenya.
Aff.mo in G. M. G.
P. S.
Mentre vi auguro ogni benedizione per il 1911, vi propongo a speciale protettore dell’anno il Beato Antonio Neyrot, per la cui intercessione procureremo di coltivare la santa virtù dell’Umiltà.