[vol. VI, pp. 168-171, n. 750]

Torino, 21 luglio 1912
Festa del SS. Redentore

Carissimi nel Signore,

Se il felice ritorno del sospirato Vice Superiore fu un momento di gioia per me e per tutti dell’Istituto, maggior consolazione dovevano recarmi e mi recarono le belle notizie che egli mi ha dato man mano in lunghe conferenze riguardo l’andamento generale delle missioni, ma principalmente sul buon spirito da cui siete sempre animati come religiosi e come missionari. E già mi disponevo a scrivervi per rallegrarmi con voi ed insieme per farvi le esortazioni che mi parevano più necessarie o almeno opportune, quando mi giunse fulminea la dolorosa notizia della perdita del caro P. Manzon.

Vi lascio immaginare quanto fummo tutti costernati al triste annuncio, che segnava una ben dura prova per il nostro Istituto. L’Em.mo Card. Arcivescovo si degnò consolarci con il pensiero che il buon Dio, domandandoci una vittima nel più giovane fra i missionari, ci avrebbe ripagata questa privazione con più copiose benedizioni e grazie a tutti noi e ai nostri neri, per i quali il caro Padre fu chiamato a intercedere in Cielo. E noi speriamo che le comuni preghiere già gli abbiano ottenuto il premio delle fatiche e dei sacrifici fatti nel suo breve apostolato, come delle acute sofferenze della penosa malattia e santa morte.

Ringrazio il P. Dal Canton per la minuta relazione fattami sugli edificanti particolari del doloroso trapasso, e mi conforta grandemente quanto egli soggiunse, che cioè non ne siete per nulla scoraggiati, ma anzi ne prendete motivo di nuovo ardore e zelo nel corrispondere alla vostra vocazione. È questo, io credo, un primo frutto dell’intercessione di colui che offrì generosamente la vita per il bene vostro e delle missioni. Lo stesso effetto ne risentirono qui i sacerdoti, chierici e coadiutori dell’Istituto, che unanimi si dimostrano sempre più animati a secondare la divina chiamata: i sacerdoti in particolare, che, con i 5 ordinati ultimamente, sono ora in numero di 9 e tutti anelano di partire presto, per colmare il posto lasciato vuoto dall’amato e invidiato confratello.

Altri frutti che io vorrei si ritraessero da questa morte prematura sono: una seria riflessione sulla fugacità della vita, anche per quelli che sono più in salute e più robusti di lui, che da quella tomba ci ripete l’hodie mihi, cras tibi... e lo dovete meditare seriamente, specialmente nel ritiro mensile. E così dovete fissarvi sulla nullità di tutte le soddisfazioni che può offrirci questa vita, anche nelle stesse sante consolazioni del vostro ministero o del vostro impiego... come pure sul nulla delle sofferenze, privazioni e sacrifici inevitabili della vostra vita di missione; sempre, come i Santi, aspicientes in remunerationem, fissi cioè a quel gran premio che è preparato al missionario fedele nella sua vocazione.

Le notizie datemi dal Vice Superiore sullo spirito da cui siete animati e sulle vostre opere, mi hanno certo consolato, come già vi dicevo, e ne ringrazio il Signore. Dal complesso però delle relazioni, cosa che già arguivo per mia esperienza, c’è una virtù sulla quale io credo di dover insistere come quella che è maggiormente necessaria a ciascuno di voi sacerdoti e coadiutori, sia nelle opere di sacro ministero sia nell’esercizio dei lavori materiali, ed è la virtù dell’obbedienza: quella che le nostre Costituzioni chiamano virtù fondamentale di un Istituto di missioni, vedi N° 35, e la cui mancanza basterebbe a mandare in dissoluzione qualunque Comunità Religiosa.

Voi sapete da quella lettera di S. Ignazio, la cui lettura vi ho sempre tanto inculcato, quale importanza egli dava alla pratica dell’obbedienza, e come voleva fosse il distintivo della sua pia Società. Rileggetela, anzi meditatela seriamente e fatevi ciascuno le applicazioni di quanto vi è scritto. Potete dire con sincerità, davanti a Dio, di essere veramente in tutto e sempre ubbidienti di spirito, di cuore, di opere? Materia dell’obbedienza sono le Costituzioni e poi le regole di vita comune, d’apostolato e di lavoro materiale datevi minutamente e con gran precisione nelle Circolari di Monsignore e nelle Conferenze; come pure gli ordini e anche solo le istruzioni che egli vi va impartendo secondo i bisogni e le circostanze. Queste direzioni riguardo alla vita di missione io non potevo darvele né quando eravate qui, né in seguito per lettera, non conoscendo abbastanza quell’ambiente così diverso e mutevole in cui vivete; ma, dallo schema delle Conferenze presentatomi ogni anno, e specialmente dalle spiegazioni in proposito datemi ora dal Vice Superiore, riconosco che quelle norme sono veramente dettate con molta sapienza e prudenza. Orbene, a queste norme avete sempre piegato l’intelletto sforzandovi a persuadervi che esse sono veramente l’espressione della volontà di Dio a vostro riguardo? Non avete per contro pensato qualche volta e forse anche giudicato con ostinazione, peggio poi se detto anche ad altri, che sarebbe meglio fosse stabilito diversamente? Non andiamo a cercare fino a qual punto vi sia obbligo di assoggettare i giudizi alle direzioni dei Superiori, certo però che vi è l’obbligo di uniformarsi nelle opere; e questo sarà ben difficile si faccia, quando il giudizio è contrario, con esecuzione semplice, sincera, cordiale, piena... con quell’animo volenti che non lascia quasi sentire il peso dell’ubbidienza e che, dopo la purità d’intenzione, è il maggior titolo di merito delle nostre azioni. Senza lo spirito pratico d’obbedienza assoluta ai Superiori, dicono le Costituzioni, non è possibile unità di lavoro e, per conseguenza, successo di apostolato. E ciò perché le fatiche, e anche i sacrifici fatti di propria testa non sono benedetti da Dio: succede allora come di quei sacerdoti dell’Antica Legge, che, di loro iniziativa, sine consilio exeunt in praelium, e che subirono una disastrosa sconfitta per cui il libro dei Maccabei conchiude: ipsi autem non erant de semine virorum illorum per quos salus facta est in Israel.

La trasformazione civile e spirituale di cotesto popolo avverrà, credetelo, più o meno presto, più o meno largamente e profondamente a misura che ognuno di voi sarà nel proprio ufficio esemplare nell’ubbidienza.

So che il demonio vi saprà sempre tirar fuori il pretesto che vi trovate in circostanze speciali di persone, di luogo, di tempo ecc.; che il Superiore di costì non conosce bene quanto conoscete voi...; che non dà abbastanza peso alle vostre osservazioni, che se io fossi ben informato vi darei ragione... Tutti inganni del demonio, miei cari, per privarvi del gran merito e dei frutti dell’obbedienza. Il Superiore locale è ragionevole; se ci sono circostanze veramente eccezionali, esponetegliele con sincerità, e poi accettate con umiltà la sua decisione..., ma frattanto, finché questa non è venuta diversa, si continui l’osservanza delle precedenti istruzioni.

Succede ancora che qualcuno farà diversamente dalle norme avute o perché le ha dimenticate o almeno non ha riflettuto alle medesime prima di agire... e che dopo, per il fatto dell’inavvertenza, si creda scusato in coscienza. Questo è un errore. La dimenticanza, l’inavvertenza, l’irriflessione scusano soltanto quando uno ha fatto il possibile per prevenirle. Guardate quel che si fa trattandosi di interessi materiali: si prendono appunti su taccuini, note su calendari, si fa il nodo al fazzoletto, e si usano tante altre industrie perché non passi inosservata quella scadenza, per non dimenticare questo o quell’affare rilevante. E, per richiamare alla memoria le direzioni dell’obbedienza..., si fa altrettanto? Quell’andare avanti, come si dice, così a casaccio, far le cose secondo l’impulso del momento, far nessuno sforzo per ricordare a tempo debito le istruzioni avute, porterà necessariamente a violarle spesso: ma non credete, ripeto, d’esserne totalmente scusati al giudizio di Dio.

Ognuno, pertanto, rilegga e mediti quanto dicono le Costituzioni riguardo all’obbedienza, ne faccia materia quotidiana dei proponimenti nella meditazione, come negli esami di coscienza a mezzodì e alla sera; e ricordatevi che intanto sarete missionari di quel Gesù che, factus obediens usque ad mortem, in quanto potrete ripetere con Lui che tutti i vostri passi in missione sono diretti all’unico fine che Egli ebbe su questa terra: non ut faciam voluntatem meam sed voluntatem Eius qui misit me. La volontà di chi vi manda, cioè del vostro Superiore, ecco la sola e costante direttiva del vostro apostolato.

È questo l’augurio che vi faccio con tutto il cuore, mentre unito con il caro Vice Superiore vi rinnovo i ringraziamenti per le festose accoglienze che gli avete fatto e per la docilità con cui avete accettato quanto egli credette dirvi per il vostro maggior bene: docilità che mi assicura farete tesoro anche di queste e di altre raccomandazioni che mi ispirerà di farvi il Signore per facilitarvi il conseguimento del gran fine: la vostra e altrui santificazione.

La nostra Celeste Patrona, la Consolata, vi conforti, sorregga e benedica sempre, come vi prega ognora Il Vostro aff.mo in G. M. G.