[vol. VI, pp. 421-422, n. 819]

J. M. J.                                                                                                

Torino, 29 giugno 1913

Caro p. Dal Conton,

Ero persuaso di averti scritto dopo la tua professione; se non lo feci non è perché ti abbia dimenticato o abbia qualche malumore per la tua condotta. Monsignore sempre mi scrisse bene di te, e gli stessi coadiutori Giacomo e Bartolomeo nelle loro lettere ti lodano come loro maestro e consigliere. Via dunque ogni nube, e non ricordare più quella piccola dilazione che il Signore permise non in pena, ma per maggior prova prima di legarti in perpetuo. Tu eri e sarai sempre un degno figlio della Consolata, destinato a lavorare anche materialmente per la prosperità del Vicariato del Kenya, e chi sa se non pure del Kaffa...

Tu ben sai quale spirito io desideri dai nostri missionari. Che siano ben fondati nello spirito di fede, sicché operino per Dio, e nella loro condotta rappresentino Dio stesso di fronte ai neri. Se potrai averla leggi la predica sulla modestia del nostro Venerabile. Ciò che mi sta tanto a cuore è la virtù dell’obbedienza a Monsignore in tutto e secondo le di lui direzioni, specialmente nell’uso del denaro. Mi fa pena come taluno sia poco delicato in ciò, e non rifletta alla violazione del voto di povertà. È rubare all’Istituto il voler dare agli operai più di quanto è tassato da Monsignore; come pure il procurarsi danaro e servirsene arbitrariamente. In materia di povertà manca in alcuni la delicatezza; e io temo che troppo facilmente si violi il voto. Di’ pure tale mia pena ai compagni. Si usi la stessa diligenza per conservare e aumentare la roba dell’Istituto, come si usa per il proprio peculio. Temo che, per mancanza di questa delicatezza, il Signore ci faccia inaridire la fonte della carità dei benefattori.

Io prego ogni giorno il Signore perché tutti vivano costantemente quali degni missionari, e lavorino prima alla propria santificazione, e poi alla conversione di cotesti cari neri.

Benedico te in particolare con affetto di padre, mentre in Domino abbimi. Tuo aff.mo