[vol. VII, pp. 262-263, n. 970]

Torino, 10 dicembre 1915

Cara suor Teresa,

È da qualche tempo che da varie parti mi giungono notizie sulla tua condotta in Missione. Penso davanti al Signore, come mai con i desideri dimostrati in Casa Madre di emendarti dei tuoi difetti e di farti santa, dopo sì poco tempo abbia dimenticato i proponimenti fatti, ed i tanti avvertimenti che ho dati a tutti ed in particolare. Voglio sperare che questo tuo cambiamento sia stato effetto del clima diverso, e della qualità delle occupazioni che ti applicarono. Vengo ai punti principali: 1) Contegno mondano nel portamento e nel fare che disdice ad una religiosa, sia nella persona, come nel trattare con i missionari e con i neri e troppo parlare anche volgare; 2) superbia di dominare sulle sorelle e su tutti, e di non sottostare ad altre ed altri posti dall’obbedienza; 3) disubbidienza e anche insolenze a chi da Dio è posto a dirigere e comandare, invece di ammirarne la pazienza, ed accettare e desiderare le correzioni; guai a chi rattrista e fa piangere i superiori posti da Dio a guidarci e più se li denigra con parole e calunnie basse; 4) mancanza di carità con tutti e amicizia particolare con qualcuna per rompersi la testa a vicenda. 5) Saltare la superiora e solo ricorrere e ricevere gli ordini da Monsignore presentando a tuo modo le cose, e le finte ingiustizie. Ciò che significa semplicemente voler solo obbedire a nostro modo, e non a chi fu posto da me a comandarvi.

Non parlo delle calunnie…

Pensaci bene, o cara Suor Teresa, a questo modo non si va avanti; e se non rientri in te stessa finirai per perdere la vocazione e tutto, ed obbligherai me a passi duri, ma che farò…

Rientra in te stessa, e pensa seriamente al presente tuo stato davanti a Gesù Sacramentato; non dare la causa del male ad altri, ma a te stessa.

Viene talora da me la madre tua, e siccome le do sempre buone nuove di te e della tua vita, se ne va tutta consolata… Non venga il giorno che io debba mutare…; no, lo spero ed ho fiducia. Rientra.

Pensa alla santità della tua vocazione e costi ciò che vuole riparerò il male e gli scandali e mi porrò davvero a ubbidire a chi mi fu da Dio data a superiora consolandola con la mia nuova vita.

Che se un po’ di occasione fosse il presente tuo ufficio, darò ordine che tu venga mutata. In ogni parte però pensa al quid venisti, tante volte da me a voi ripetuto.

Mi sento amareggiato, e solo la tua pronta e stabile emendazione mi darà conforto. Ti benedico.

Molto speravo da te e non voglio ancora credermi ingannato. Rientra.