[vol. VIII, pp. 544-545, n. 1335]
J. M. J.
Torino, 18 gennaio 1920
Caro P. Balbo,
Non nego il tuo affetto per la mia povera persona; e credo pure di non mai averlo demeritato.
Ti accolsi nell’istituto chierico, ti trattai sempre quale figlio carissimo, procurando di arricchirti di virtù e di scienza. Ed è perciò che mi fece viva pena la tua condotta costì, e il tuo sobillare i compagni per tirarli ad un partito secondo le tue antiche idealità. Ben ricordo ciò che dicesti un giorno alla Consolatina, quando ammonito prorompesti in queste parole: Verrà il tempo, in cui comanderemo noi.
Dovevi pur sapere che era mio vero desiderio da tempo di costituire il regolare governo nell’istituto; e questo già vi sarebbe se le debite Autorità e le nostre speciali circostanze l’avessero consentito. Perché erigerti a giudice, e fare passi inconsiderati e strani? Sarebbe stato meglio e più prudente, se mosso da vero zelo, ti fossi prima rivolto a me; invece in ciò come in tutto sei sempre stato parco di lettere e di confidenze. Solamente non ascoltato potevi prendere altre vie, non mai però quella della insubordinazione.
Solo da te so che non credesti bene di firmare quella protesta di ubbidienza, perché io ricevute le lettere non le lessi, non le volli contare, né leggerne le firme.
Ma basti di ogni cosa passata. Accetto il tuo ravvicinamento formale, che toglierà fra noi ogni equivoco in avvenire.
Prego il Signore di confermarti nel proposito dell’osservanza delle Costituzioni e della vera obbedienza, affinché la tua vita sia meritoria presso Dio, di bene alle Missioni e di consolazione ai superiori.
Ai piedi della nostra SS. Consolata ti benedico... aff.mo in G. C.